domenica 15 luglio 2018

Fra' Domenico Spatola: I babbaluci e u Fistinu

Vitti i babbaluci 'nto tianu,
mi taliavanu comu a dirimi: "Allonga a manu!
Semu ca pi tia
che ogni annu aspetti a Rusulia,
a Santa.
Semu carnusi
e ognunu sinni vanta 
e sapurusi cu sucu o cu pitrusinu
semu vavusi,
ma nostru distinu
è fari priu
a tia e a to' ziu".
"Mi inchiti - rispunnivi -   l'occhi cu vostru aspettu
e vi dicu ca vi portu rispettu 

pi vostri corna,
nisciuti i fora
pi tutti i iorna          
di lu fistinu".
Ripintinu,
rispunniu a nomi di tutti
lu capitanu cu fari asciutti:
"Nui li corna  l'avemo pi fiura,
accura a vui e a vostra signura".

Fra' Domenico Spatola

venerdì 13 luglio 2018

Fra' Domenico Spatola: Li inviò


Non convenzionale
fu chiamata
a stesso ideale:
Gesù li volle con sé
per mandarli nel mondo,
a dare giocondo
messaggio di fraterna uguaglianza
"a due a due" consonanza
e pace donando,
liberando a comando
dagli spiriti impuri.
Li voleva sicuri
con un bastone,
il solo blasone
fiducia nel Signore
riposta nel cuore
e accoglienza donata
da chiunque
senza dunque
obiezione,
mangiando quanto offerto a provvigione 
qualunque vivanda
come in locanda.
Se ci sarà rifiuto,
da muto,
togliere la polvere dai sandali
come con i vandali.
Essi partiron contenti
ma altri intenti
misero a segno
diversi dal Regno
per cui furon mandati
perché d'Israele s'ergevano a vati

Fra' Domenico Spatola
Nella foto dipinto di Duccio di Buoninsegna


Commento di fra' Domenico Spatola al Vangelo della XV Domenica del tempo ordinario (anno B): Marco 6, 7-13

Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. 8E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient'altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; 9ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. 10E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. 11Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». 12Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, 13scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.
Aveva provato invano a coinvolgere Israele nel suo programma del "Regno". Al tentativo fallito, Gesù pensó ai "Dodici" la comunità alternativa alle tribù di Giacobbe.
L'intento si manifesto duplice: "stessero con lui e per mandarli a evangelizzare". 
Dettava così le modalità e le condizioni della missione: fiducia in Dio e negli uomini.
Andare "a due a due" in fraternità e uguaglianza. Solo un bastone nescessario alla lunga ituneranza e null'altro per la fiducia in Dio e negli uomini. Qualunque casa può accoglierli, senza differenze tra pagani ed ebrei. I criteri per definire i lontani verteranno sulla "non- accoglienza" e sulla "non condivisione".
Portatori e comunicatori di pace, la devono trasmettere a quanti accogliendola ne saranno degni. Il gesto di "scuotere la polvere dai sandali" è legata al trauma per il rifiuto della pace.
Partirono baldanzosi, ma - come si vedrà in seguito - con in testa idee contrarie  a quelle dettate da Gesù. Parlarono del regno alla maniera che conoscevano e ad essi più congeniale, enfatizzando
il regno di Israele.

Fra' Domenico Spatola 

giovedì 12 luglio 2018

Fra' Domenico Spatola: Preghiera a Santa Rosalia

O santa Rosalia,
Palermo a te tributa
e mai ogni anno muta
per te suo sentimento
ricorda quel momento
di quando dalla peste
liberasti e, teste
il cacciatore,
asserì che con favore
sul monte Pellegrino
indicato hai  il cammino
Fosti portata per le strade
e altre rade
dove imperversava peste
e a Palermo ormai negate eran le feste
perché il crudele male
era fatale.
E quando fosti portata
Palermo fu liberata.
Ma di quella peste c'è traccia
in altro male che sol tuo amore scaccia
perché  ci affligge non meno della peste
è la mafia che con grinfie leste
uccide vita e convivenza
insediata com'è a sovrintendenza
della politica e socialità
che criminalità
fa d'ogni cosa.
Santa Rosalia,
sei tu la rosa
più bella che città possa vantare,
fa' che Palermo possa profumare
di lealtà quale tu la vuoi
perché ciò che piace a te piace anche a noi.


Fra' Domenico Spatola

Fra' Domenico Spatola: U jocu ri focu ru Fistinu

Quannu fu a gran parata
di la festa di la Santa
ni scuppiò a masculiata
chi ancora sinni vanta

Prima foru i fuareddi
poi li razzi luminusi
poi fu l'ura di l'aceddi
ca parevanu piatusi

Vinni l'ura di li roti
chi giravano furiusi
e poi tutti quanti i moti
ca sparavanu curiusi

Poi fu l'ura ri paracqua
cu li stiddi chi carianu
era spettaculu ca ti sciacqua
l'occhi puru ca ti frianu

Meravigghia  ca pareva
tuttu u munnu si spicchiava
comu fussi Adamu ed Eva
quannu bonu tuttu annava

Poi fu dunqui a masculiata
un ti ricu a meravigghia
fu sulu na gran bummiata
ca l'aricchi nun s'arripigghia

Era u focu ru fistinu
chi soddisfa a granni attisa
di Palermu chi no vinu

pi du iorni un bada a spisa.

Fra' Domenico Spatola 


Fra' Domenico Spatola: A prucissioni du Fistinu

E nisciu la Santuzza
ni la vara ch'è d'argentu
e ognunu sicci truzza
picchì è grand'eventu.

C'è la banna chi ci sona
i chiù forti e ardenti noti
e ni rici quantu è bona
la Santuzza chi so doti.

Veni appressu lu Pasturi
e poi puri u Cittadinu
cu la fascia triculuri
chi si fa tutt'u camminu.

Veni appressu tanta genti
c'è cu prega e c'e cu chianci
ma un si ricinu scuntenti
sunnu di lu cori lanci

indirizzati a Rusulia
la Santuzza amurusa
speran tutti ca ci sia
vita bedda e pruspirusa

Pi lu Cassaru a prucissioni
canti e preci e litania
riturnello all'orazioni:
"viva santa Rusulia!"

Di barcuna su affacciati 
picciriddi e tanti anziani
ci su puru i dispirati
abbannianu cosi vani

Ma si viri chi hanno fidi
pi li figghi carcerati
e pi chiddi chi hannu i nidi
ne i parenti disoccupati

A Santuzza tutti ascuta
puru si passa tisa tisa
ca v'assicuru pari muta
ma cu Signuri sinni spisa.

Caminannu caminannu
Palermu è tuttu visitatu
dalla Santa ca lu dannu
voli subitu livatu

Idda voli ca i fedeli
chiddi nichi e chiddi granni
pronti fussiri pi i celi
e in terra senza danni

Ni lu munti Piddirinu
panorama chi s'ammira
è incantu cchiù divinu
a Santuzza si ritira

e di là prega u Signuri
lu so sposu amurusu
pi Palermu chi a tutti l'uri

prega a Santa fiduciusu.

Fra' Domenico Spatola 


Fra' Domenico Spatola: Mi vitti u' Fistinu


U misi di lugliu
Palermu è in subbugghiu   
pirchì lu fistinu 
s'annaffia cu vinu. 
Muluni agghiacciati,   
stigghiola affamati,  
babbaluci a picchi pacchi,  
e simenza rintra i sacchi.      
Gelatu nni Ilarda                      
e involtini ca sarda.              
U scacciu abbrustulutu       
e resti alluccutu                     
pi tutta a luminaria               
e puru a ciumara                   
di genti chiù seri                    
chi dicinu prigheri                 
appressu a lu carru              
di nostra Santuzza               
che accetta anche a puzza    
di chista città         
picchì i cassonetti profumano ri baccalà.                               
Quannu a quattro canti      
arriva lu carru allura t'incanti                                   
pirchì è u momentu, ed è  giustu ca sia,
lu sinnacu cuntentu: "viva Palermo - grida - e Santa Rusulia !"

Fra' Domenico Spatola 

venerdì 6 luglio 2018

Fra' Domenico Spatola: Non compresero.


Gesù venne in sua patria inatteso                                   
ma in sinagoga livore gli fu  reso                         .          
per il suo insegnamento     
ove commento             
era il dubbio delle cose           
che, ancor meravigliose, 
destavan stupore                  
contro il Signore:                  
come se ria                            
"del figlio di Maria"  
fosse sapienza              
e "non conoscenza"  
osavan  definire 
al solo udire                           
parole da incanto.                  
A vanto                                    
diedero tromba
che ancor rimbomba
di "togliergli il sandalo"
motivo di scandalo
ché non può essere Messia     
"il figlio di Maria".
Di lui tutto sapevano
e non concedevano ascolto.                                   
Gesù, amareggiato e disinvolto,     
insegnava intorno
sorpreso che luce del suo giorno                                      
i compatrioti  non  coglievano 
e, vuoti, non volevano 
donata
la vita da lui annunciata.

Fra' Domenico Spatola 

Commento di fra' Domenico Spatola al Vangelo della XIV Domenica del Tempo Ordinario (anno B) Marco 6, 1-6

Partì di là e venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. 2Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? 3Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. 4Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». 5E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. 6aE si meravigliava della loro incredulità. 

Di sabato la sinagoga è  affollata per i riti di preghiera e di ascolto. Laconico l'evangelista Marco nel presentare Gesù che insegna, senza fornirci dettagli sui contenuti e sulla modalità. Proviamo a indovinare dalla reazione dei presenti. Non si odono gli elogi espressi a Cafarnao, dove la gente era stupita dall'autorevolezza dell'insegnamento con cui Gesù superava gli Scribi. Il confronto aveva in costoro maturata una reazione. Avevano scelto di  calunniarlo additandolo "collaboratore di Belzebul" anche quando guariva. Dichiaravano "trucchi di magia" i suoi interventi a favore dei sofferenti con conseguente divieto di seguirlo. Il dictat era arrivato a Nazareth "sua patria", qui la folla ripeteva acriticamente quanto imposto dai loro maestri.
"Donde gli vengono tali cose?" era interrogativo retorico. Presumevano la risposta: "Quella sapienza", non autorizzata da nessuna scuola, e "quei segni compiuti" testimoniavano l'opera del maligno. A loro bastava il pregiudizio di conoscerlo "figlio di Maria" e di sapere dei fratelli e delle sorelle che stavano con loro, per rigettarne il messaggio.
Si preoccupavano i capi della istituzione religiosa di perdere adepti, e perciò  imponevano le proprie ossessioni.
Amaro il commento di Gesù su tanta ostinazione : "Un profeta è disprezzato proprio da quelli di casa sua!".
E costretto dagli eventi provò altri campi per la seminagione della Parola.

Fra Domenico Spatola


venerdì 29 giugno 2018

Fra' Domenico Spatola: La fanciulla morta, l'emorroissa e Gesù


Con viste corte
vedevano la morte,
cioè il nulla
come per la fanciulla
di Giairo arcisinagogo 
che, dal rogo
di ansia e di paura,
voleva sicura
la vita della figlia
e si consiglia,
seguendo suo estro,
con Gesù  maestro.
Questi da lui accorre,
seguito dalla folla
che non lo molla,
neppure per mangiare
quando a sanare
si trova, a sua insaputa, 
l'emorroissa nascosta a lui venuta.
Chiese ragione a "chi lo tocca"
e da tutta quella folla essa si sblocca.
Gesù, a lei rivolto, risoluto
disse ai presenti molto compiaciuto:
"Donna, tua fede ti ha salvato!"
Quando da casa, trafelato,      
arriva un messo:
"dimesso
è lo spirito di vita nella fanciulla
e non c'è più nulla
che si possa fare".
Gesù consigliò di credere e sperare:
"la fanciulla dorme
e le sue orme
eran lì presto a rimirare". 
Suonavano flauti e le nenie meste
come se si trattasse della peste.
Gesù fece uscire tutti dalla stanza
e sol costanza
chiese ai genitori
perché il pianto è fuori
e dentro c'è la luce
di chi conduce
a vita piena.
Gesù appena diede alla fanciulla mano
ciò ch'era morte se ne andò lontano.
Furono nozze nel mistero vero:
Gesù d'Umanità sarà sposo sincero



Fra' Domenico Spatola  
Nella foto: Resurrezione della figlia di Giairo (Polenov)


Commento di fra Domenico Spatola al Vangelo della tredicesima Domenica del Tempo Ordinario (anno B): Marco 5, 21-43

Essendo Gesù passato di nuovo in barca all'altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. 22E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi 23e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». 24Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
25Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni 26e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, 27udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. 28Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». 29E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.
30E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». 31I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: «Chi mi ha toccato?»». 32Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. 33E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. 34Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va' in pace e sii guarita dal tuo male».
35Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». 36Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». 37E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. 38Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. 39Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». 40E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. 41Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». 42E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. 43E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare

La folla sulla spiaggia è in attesa di Gesù di ritorno dalla missione in terra pagana. Nutre stesse aspettative di liberazione. Il termine "mare", attribuito al lago di Tiberiade, testimonia universalismo del suo messaggio. Anche il capo della sinagoga accorre a lui: Giaro. Si distingue dal coro dei colleghi farisei, detrattori di Gesù, e chiede disperato al "Maestro" un intervento per la "figlia dodicenne" in fin di vita. Adombra, nell'episodio, l'evangelista Marco il popolo oppresso dal legalismo religioso imperante e senza l'alternativa di vita piena che solo Gesù può dare. Alla richiesta, si fa subito  compagno, e lungo il tragitto, si evidenzia il problema degli  "emarginati dalla religione" perché "impuri" e morti per la società.
Su questo disastro operato dalla religione, Gesù chiede attenzione alla folla, che a lui si stringe, invitando colei che ne aveva toccato il lembo del mantello e ne era guarita, a venire fuori. "La tua fede ti ha salvata!" Fu l'insospettata sentenza. Premiata dalla fede, per avere trasgredito una legge disumana.
Il corteo è tentato di arresto, perché "la fanciulla è morta" e tutto è inutile per il potere della morte di fare sprofondare irreversibilmente nel regno dei morti. Gesù non è d'accordo e invita a credere e a sperare perché la morte non è l'ultima risposta, mentre il suo amore è più potente. Caccia prefiche e lugubri suonatori. E la camera "ardente", viene fatta "nuziale" sotto lo sguardo felice e attonito dei genitori e  discepoli prescelti.
Il "capo" ha lasciato il posto al padre, dinanzi al quale Gesù porge la mano alla ragazza (da marito), invitandola ad alzarsi. Era gesto nuziale. Il numero "dodici" accomunante i due episodi alla condizione di Israele e di tutti i popoli, offre anche a noi, senza alibi, ragioni di libertà e di vita.

Fra' Domenico Spatola 

Nella foto: Resurrezione della figlia di Giairo (Repin 1871 - Museo di Pietroburgo)


giovedì 28 giugno 2018

Fra' Domenico Spatola: I santi Pietro e Paolo


Sulla scia di Cristo
il Duo fa gioco misto:
il primo degli Ebrei,
l'altro dei rei
che sconoscono la Legge,
che Paolo corregge
con il Vangelo ai più lontani
disprezzati come pagani
in itinerari suoi indefessi.
Encomi stessi
per l'apostolo Pietro
che si pose dietro
al Salvatore
quando Cristo chiese amore
a lui più di tutti quanti
e, pur con suoi rimorsi tanti,
non smetteva di darsi pene
nel dire che a lui "voleva bene".
Allora il Risorto chiese
ed ei s'arrese
di pascere il suo gregge
qual pietra che sorregge
a confortare compagni
quando ognuno di loro lagni
sua passione.
Paolo improvvisò missione
fondando chiese
in relazioni tese
con i giudeo-cristiani
che imponevano ai pagani
la circoncisione
tremenda fu di lui la ribellione
e anche quando ricevette
pestaggi, le Lettere furon ricette
di ciò in cui crede
e del cristiano il cuore della fede.
Annunciò la libertà donata
da Cristo per ognuno conquistata,
e, dello Spirito i frutti,
ei rese noti a tutti.
A Roma, con Pietro fu martirio
per il delirio
di Nerone
che martiri ne fece a profusione.
Ora splendono in cielo gli amati Santi:
colonne della Chiesa e suoi vanti.

Fra' Domenico Spatola 
Nella foto: Mosaico presso Cappella Palatina di Palermo.

Fra' Domenico Spatola: 28 giugno 1974


Indimenticabile è quel giorno:
su di me all'intorno
la Chiesa tutta chiedeva il dono
dello Spirito, mentr'io prono
dinanzi all'altare
col cuore a battere forte e a tremare
fino alla paura era mia emozione
ma mi si chiedeva solo devozione
alle "cose sante" che avrei trattato
mentre Pappalardo vescovo su di me chinato  
imponeva sue mani
per essere presbitero
della Chiesa e a inizio
del servizio santo
col solo vanto
di testimoniar Vangelo
per il Cielo
e il suo Regno
e a pegno
di servire i poveri e affamati
che numerosi sarebbero arrivati
per consolarli a ruota
con parola mai vuota
e con la vita
nutrita da fede ardita
e col perdono assicurato
dalla croce
e dalla voce
di Cristo che perdono affida
a chiunque senza ostacolo confida.
Ma l'emozione grande fu la prima Messa
con il Vescovo e con la Chiesa stessa
che tutta mi appariva un'altra cosa:
era la nuova Sposa
che avrei servito.
Or son passati decenni da quel rito
e ogni giorno è sempre come allora:
salendo sull'altare alla buonora
chiedo  al Padre per il Figlio
lo Spirito che Umanità consola.

Fra' Domenico Spatola


venerdì 22 giugno 2018

Fra' Domenico Spatola: San Giovanni Battista

Il Battista
fu apripista

per il Cristo,   
da lui visto 
come Agnello                        
da lui additato come "quello           
che dal peccato                     
ha liberato                              
il mondo intero".                    
Suo messaggio fu sincero
quando a Erode                    
che si rode
per lasciva sua sorte
la cognata avea a consorte.       
Non temette il profeta
né fé dieta
di parole e a sgomento
imputò al tiranno il tradimento.
Chiuso nel Macheronte,
mai piegò la fronte
se non per sfidare il boia
venuto a tirare sue cuoia.    
Non era "canna al vento"
e di lui Gesù contento
per avere preannuziato
il Messia già arrivato.    
Gli toccò lui battezzare
nel Giordano ove amare  
furono le scelte  
che il Signore
prese a cuore. 
Oggi il Battista
fa conquista
di nostra fede
e ognun con suoi occhi vede
l'Agnello redentore  
crocifisso per amore.

Fra Domenico Spatola

Commento di fra Domenico Spatola al Vangelo della solennità della Nascita di San Giovanni Battista: Luca 1, 56-66.80

In quei giorni, per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva esaltato in lei la sua misericordia, e si rallegravano con lei. All’ottavo giorno vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo col nome di suo padre, Zaccaria. Ma sua madre intervenne: “No, si chiamerà Giovanni”. Le dissero: “Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome”.
Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta, e scrisse: “Giovanni è il suo nome”. Tutti furono meravigliati. In quel medesimo istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio.
Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Coloro che le udivano, le serbavano in cuor loro: “Che sarà mai questo bambino?” si dicevano. E davvero la mano del Signore stava con lui.

Giovanni, di Cristo precursore, a cerniera chiude e apre i due Testamenti. Ultimo e più grande tra gli antichi profeti, è primo a preconizzare "l'era messianica", perché vide e testimoniò ciò che "altri avrebbero voluto vedere e non videro". Del Cristo disse: "Io non lo conoscevo, ma chi mi ha mandato, mi ha fatto conoscere colui su cui lo Spirito è disceso".
Battezzò, suo malgrado, il Signore, subendo del Cristo l'accettazione di morte in croce. Udì la voce del Padre che presentava Gesù al mondo "Figlio prediletto da ascoltare". E poté additare in Gesù:  "Colui che battezza nello Spirito", differentemente dal suo "battesimo nell'acqua".
Fin dal grembo della madre, aveva danzato per lui e il nome "Giovanni", postogli al momento della circoncisione, è "il dono di Dio" attestante il progetto di salvezza, tematico con  "Zaccaria" il nome del padre, significante "memoria di Dio" e della madre "Elisabetta" dichiarandone "la  compassione".
E la missione? "mandato da Dio" ambasciatore in suo nome e con stesse prerogative dell'inviante. Molti lo ritennero Messia. Luca, nel Vangelo, narrò le sue gesta in parallelo con quelle di Gesù: stessa preparazione "nel deserto" e modalità di annuncio del Regno con invito a conseguente conversione. Fu invocato "testimone a difesa" dal Cristo nel drammatico scontro con i Giudei accusatori, e riconosciuto dallo stesso Gesù: "l'Elia che deve venire", dando attuazione alla profezia di Malachia. Giovanni ricambiò con attestazioni di fede per "l'Agnello che toglie il peccato del mondo", e per "il vero Sposo di Israele, al qual non può togliere il sandalo", perché non di sua competenza. La sua fede in Gesù passò anche attraverso la crisi. Dalla prigione del Macheronte,  mandò suoi discepoli a Gesù a pretendere di rivelarsi il giudice da lui indicato "col ventilabro in mano per bruciare", con l'apocalittico giudizio, "la pula", cioè i peccatori. Gesù disattese all'ultimatum e rimandò il suo messaggero a più miti e misericordiose considerazioni. Tuonò Giovanni, con probità adamantina, contro Erode, per l'Erodiade cognata, e ci rimise la testa.
Da "Amico dello Sposo", del Cristo propiziò le nozze con l'Umanità.
A lui Gesù non risparmierà elogi: "Non è canna sbattuta dal vento, né esibizionista alla moda". E, non senza amarezza, Gesù, a modo di sentenza e di monito per i discepoli, ammise che "il più piccolo del suo Regno, sarà più grande di Giovanni". Paradosso che non premia il messaggero, piantato sulla riva del Giordano, indisponibile  al passaggio a sequela di Cristo.


Fra' Domenico Spatola