venerdì 23 ottobre 2020

Fra' Domenico Spatola: "Amerai il Signore... con il cuore..."

Umiliati i Sadducei,
riprovarono i Farisei
a tentar, con un dottore,
il Maestro e Signore.
Egli in cuore odio cova
e vuol metterlo alla prova:
"Maestro, della Legge
qual comando primo regge?"
Gli rispose, 
né furon morose
sue parole,
eran le stesse delle scuole
insegnate ai seguaci,
dalle menti più capaci:
"Amerai il tuo Signore,
e a lui darai il tuo cuore,
aggiungendo pienamente
la tua anima e la mente.
È il primo dei comandi,
il secondo non ti sbandi,
assomiglia proprio a quello:
amerai il tuo fratello,
qual te stesso.
Questo è il messo
che fa lieti
sia la Legge che i Profeti".

Fra' Domenico Spatola 

Commento di fra' Domenico Spatola al Vangelo della XXX domenica del tempo ordinario (anno A): Matteo 22, 34-40

34
 Allora i farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme 35 e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: 36 «Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?». 37 Gli rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. 38 Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. 39 E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso40 Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Gli avversari vogliono screditare Gesù, pretendendo risposte ai quesiti che, nei loro propositi, lo renderebbero inaffidabile alle folle che invece continuano a  "rimanere affascinate dal suo insegnamento". 
I Farisei, già sconfitti insieme agli Erodiani, avevano provato l'alleanza con altri tradizionali nemici, quei Sadducei tacitati da Gesù sul tema della risurrezione. Tentano la loro carta vincente: un loro Scriba, Dottore della Legge, inquisirà sulla ortodossia dell'insegnamento di Gesù. Da professionista speculatore in minuzie di leggi: "Maestro - gli chiede - qual è il grande comandamento?"
La domanda passabile come non peregrina né oziosa, era argomento dibattuto nelle Scuole rabbiniche, a causa delle innumerevoli leggi, e del ginepraio in cui non era semplice potersi districare. La tendenza più accreditata riguardava il "riposo sabbatico", per il fatto che Dio stesso l'osservava. Lo Scriba doveva perciò inquisire sull'ortodossia dell'insegnamento di Gesù. "Amerai il Signore Dio tuo ..." fu l'immediata risposta, tratta dallo "Shemà, Israel" ("Ascolta" Deuteronomio 6, 5), il credo professato tre volte al giorno  "Ama il Signore Dio tuo con tutto il cuore, e con tutta la forza". Quest'ultima, atteneva ai beni economici e ai sacrifici da offrire. Gesù la sostituisce con "l'anima e la mente". L'amore di Dio, per lui, non va comprato, né meritato, ma accolto. Conseguenziale è l'amore per il prossimo (Levitico 19, 18).  
Bandito il fanatismo religioso, l'amore per il prossimo va misurato su sé stesso. Ma non sarà  definitivo messaggio, Gesù infatti chiederà ai suoi di "amarsi come egli ha amato noi", in modello inconfondibile dalla croce.

Fra' Domenico Spatola

venerdì 16 ottobre 2020

Fra' Domenico Spatola: "Restituite a Dio, quel che gli frodate"

I Farisei accaniti
si ritrovarono riuniti
per un attacco, 
che fu il loro smacco.
Inviarono a Gesù i lor seguaci
con gli erodiani com'essi pur rapaci,
a chiedere il di lui parere:
"Maestro, tu che parole dici veritiere,
e senza paura alcuna
o soggezion veruna,
dicci se è lecito pagare
tributo a chi ci sta a imperare.
Dobbiamo a Cesare la moneta,
oppure tua parola a noi la vieta?"
Gesù, sventata lor malizia:
"Gente siete - disse - in cui è nequizia,
e ipocriti e falsi commedianti,
pensate voi che io mi incanti
al vostro dire?
Perché  finire
possa vostra tentazione
a mia interrogazione 
circa ciò che a Cesare è dovuto,
mostratemi del tributo
una moneta!"
Ed essi un denaro compenso della dieta
a lui mostraro.
Ed ei: "Amico caro,
- chiese a colui 
fattosi avanti - chi è il lui
raffigurato in essa?"
Quello confessa:
"È l'imperatore".
"Dato che lo ritieni salvatore,
come da molti è visto,
- continua il Cristo - 
quel ch'è di Cesare, a lui date,
e a Dio restituite quel che a lui frodate!"

Fra' Domenico Spatola 

Commento di fra Domenico Spatola al Vangelo della XXIX domenica del tempo ordinario (anno A): Matteo 22,15-21

 15 Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. 16 Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. 17 Dicci dunque il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?». 18 Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché mi tentate? 19 Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. 20 Egli domandò loro: «Di chi è questa immagine e l'iscrizione?». 21 Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Per i Farisei, con le sue parabole accusatorie nei loro confronti, Gesù aveva superato ogni misura. Provano ad attivarsi per trovare accuse per screditarlo agli occhi della gente, da lui affascinata, e facilitarne l'eliminazione. Tengono consiglio per  l'unanime strategia: "Coglierlo in fallo". In combutta con gli odiati soldati di Erode, ma attanagliati da stessa paura, vanno  pronti per arrestarlo. Allo scopo gli tendono la trappola, nei loro calcoli,  ben congegnata. La domanda capziosa, a loro appare senza scampo: qualunque risposta, lo  incastrerebbe. "Maestro, sappiamo che sei veritiero, e che insegni la via di Dio, secondo verità". Nell'apparentemente sincero riconoscimento, in realtà vi sono solo gli opportunistici convenevoli da commedianti, come li smaschera Gesù, che non si lascia incantare, e li apostrofa 'ipocriti'.
"Di' a noi, è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?" 
Il quesito viene posto sulla base della Legge di Mosè ("è lecito"), la quale bollava come "idolatria" qualunque riconoscimento di autorità alternativa a quella divina.
La Giudea, governatorato romano dall'anno 6 d.C., era stata gravata della tassa annuale che ogni abitante, dai 12 ai 65 anni, doveva versare per il mantenimento delle legioni ivi stanziate. L'impopolarità del balzello era testimoniata anche da frequenti insurrezioni. Rimasta famosa quella di Giuda il Galileo, morto crocifisso. Gesù chiese che gli si esibisse una moneta, che evidentemente egli non possedeva, mentre illegalmente la detenevano gli interroganti. L'area dell'incontro era il tempio, dove però non era consentito dalla Legge di Mosè, che vi circolassero effigi umane. La estraggono dalla tasca e gliela mostrano disinvoltamente. Alla domanda "di chi è l'immagine riprodotta?",
"Di Cesare" rispondono. 
Vi era infatti ritratto, in una facciata Tiberio, "divo Cesare", e nell'altra  la madre Livia, "dea della pace".
Provocatorio, Gesù: "A chi appartiene ' - chiese - l'immagine e la scritta?" 
"A Cesare" gli risposero. Avevano accettato con la moneta gli agi e il dominio  di Roma, glieli restituiscano se vogliono liberarsene:
"Rendete a Cesare quello che è di Cesare!" Ma l'affondo è accusatorio contro chi aveva rubato a Dio il popolo, per la propria convenienza: "Restituite a Dio, ciò che è di Dio!"

Fra' Domenico Spatola 

mercoledì 14 ottobre 2020

Fra' Domenico Spatola: Prece alla Vergine Maria


Per questa pandemia,
s'alza a te, Maria,
nostra preghiera:
"Dacci la fede vera,
e la speranza
perché paura avanza
di questo male
che inospitale
rende il nostro Mondo.
Madre di Dio, fecondo
rendilo di vita
e men ferita
sia nostra attesa.
Madre, fa', che arresa
nostra caparbietà, 
assomigliamo in volontà 
al Figlio tuo:
rendi il cuore nostro come il suo.

Fra' Domenico Spatola 

domenica 11 ottobre 2020

Fra' Domenico Spatola: In ascolto della Parola. Diretta del 09 ottobre 2020

 

Pubblicato da Fra' Domenico Spatola su Venerdì 9 ottobre 2020

Fra' Domenico Spatola: San Giovanni XXIII, "il papa della carezza"

Ne parlavano convintamente come "il Papa buono". L'aspetto, bonario e sorridente, era un po' appesantito dall'età. A 77 anni, fu eletto il 28 ottobre 1958. Lo vollero i cardinali come "papa di transizione". Sanguinanti erano ancora le ferite di guerra, da un decennio finita,  mentre in atto c'era quella "fredda", che divideva il pianeta nelle aree di influenza americana e sovietica. Inquietavano i troppi interrogativi sulla miseria e sull'ingiustizia cronica, esasperate dagli eventi bellici. Tra progressisti e conservatori, si dibatteva, da oltre un secolo, quale l'identità della Chiesa. L'elezione di Angelo Giuseppe Roncalli (tale nome al battesimo), fu immaginata provvisoria e di compromesso per temporeggiare. Lo si riteneva al capolinea, se non altro per ragioni anagrafiche. Si sbagliarono. Nel vecchietto bonario, venuto da Venezia di cui era il patriarca, si nascondeva vitalità prodigiosa, rivelatasi funzionale, per docilità allo Spirito Santo, da cambiare la Storia. Papa Giovanni volle il Concilio per rinnovare la Chiesa e aprirla al Mondo contemporaneo. Non voleva vederlo passare e ed egli restare indifferente, arroccato su sterili pregiudizi anacronistici. Sapeva che a guida della Chiesa era lo Spirito Santo, e il suo dialogo con tutti, era riconoscimento dell'agire dello Spirito in rinnovata Pentecoste. Dal servizio ecclesiale, svolto in Bulgaria e in Grecia, maturò volontà di ecumenismo tra le "Chiese sorelle", da secoli divise. Per nativa inclinazione, attenzionò l'uomo, favorendo da tali sensibilità la nascita dei "Documenti guida" del Concilio Vaticano II, dove la definizione di Chiesa si integra nell'ascolto del Mondo contemporaneo.
L' 11 ottobre 1962 esordì l'evento, con la sfilata al mattino dei 3.500 vescovi, provenienti da tutto il mondo e, a sera, con l'imprevisto dalla loggia prospiciente piazza san Pietro. Parlò alla gente che la gremiva, della luna che s'era levata anzitempo per assistere anch'essa a quello spettacolo, e poi dei bambini, cui mandava la "carezza del papa". Tra quelli c'ero anch'io e i miei coetanei, "figli del Concilio".
Mi capita ancora sentire quella carezza. Sogno o realtà? Non fa differenza. Perché il ricordo è vivido né sbiadisce. Per volontà di papa Francesco, a rinverdirne la memoria è stato incaricato, ogni 11 ottobre, lo stesso san Giovanni XXIII, il papa che quel evento l'ha voluto.

Fra' Domenico Spatola 

venerdì 9 ottobre 2020

Fra' Domenico Spatola: Il banchetto per il figlio del re.

Nuovo segno
per il Regno
offre Gesù,
e ancor di più 
prova
il dileggio ch'ei trova
nel rifiuto,
di chi muto
si fa al regal paterno invito
e, ringalluzzito,
va ad altro affare
anziché partecipare
alle nozze più speciali
che del Figlio volea ideali.
Abbondante è il pranzo,
non han scanso
i buoi ingrassati
e gli animali macellati.
Il figlio si sposava,
e il padre implorava
gli invitati che non degni 
perché ad altri impegni
avean il cuore volto.
Lo lasciarono sconvolto
col rifiuto che, a offesa,
causò sua nuova resa
ad invitare mendicanti 
nei crocicchi e ai quattro canti,
perché venissero al banchetto
a festeggiare il suo diletto. 
Ma quando il re si fa presente,
vede un tale che gli mente
col vestito non nuziale
e dissonante col regale.
Irritato,
lo vuol legato
e gettato fuor da corte 
nella notte ad altra sorte.

Fra' Domenico Spatola 

Commento di fra Domenico Spatola al Vangelo della XXVIII domenica del tempo ordinario (anno A): Matteo 22, 1-14


1
 Gesù riprese a parlar loro in parabole e disse: 2 «Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. 3 Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. 4 Di nuovo mandò altri servi a dire: Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono già macellati e tutto è pronto; venite alle nozze. 5 Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; 6 altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero.
7 Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. 8 Poi disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; 9 andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. 10 Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali. 11 Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l'abito nuziale, 12 gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz'abito nuziale? Ed egli ammutolì. 13 Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. 14 Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

La parabola (terza all'indirizzo dei capi sacerdoti e farisei) evidenzia, con l'invito iterato del Re (Dio) a partecipare al "banchetto delle nozze del Figlio", il tragico rifiuto di Israele e il conseguente subentro dei popoli nel Regno. Quel invito infatti i primi destinatari lo declinarono per opportunismo e convenienza, vera causa del rifiuto. Il Re vuole magnificenza per il Figlio e non intende sfigurare nel banchetto, non badando a spese: buoi ingrassati e animali cucinati per il pranzo. Allettante l'offerta ma non irresistibile per gli invitati, distratti fino al disprezzo dei messaggeri e spietati da ucciderli. Sono adombrati i profeti che, lungo la storia d'Israele, non ebbero fortuna nell'annuncio di conversione. È nella dinamica del dramma l'insistenza del Padre, che invia altri servi. A differenza della parabola dei "vignaioli omicidi", in questa il Figlio è presente per cui l'allusione del secondo invio riguarda gli apostoli. Ma il rifiuto ostinato provocherà la severa condanna, ad opera dei Romani che distruggeranno Gerusalemme (anno 70 e.c.). La festa va comunque fatta, e altri saranno gli invitati, essendo i primi rivelatisi indegni. Vadano i servi a chiamare, tutti i residenti nei "crocicchi", habitat fuori le mura e le zone lastricate della città. Vi sono i pagani, gli emarginati dalla Legge e dalla religione d'Israele. La sala del banchetto si popola. Il Regno si riqualifica, manifestando la sua "missione universale". Unica è la clausola esigita per l'ingresso. Un partecipante non possiede la veste nuziale, quella della conversione. Gli mancano le opere di bene e la volontà del perdono, che impone di lasciare l'offerta sull'altare e andare a riappacificarsi, col fratello. Condizione non negoziabile, cui le Comunità radunate per Eucaristia dovranno a attenersi, pena "la tenebra e lo stridore dei denti", a sentenza del dichiarato fallimento.

Fra' Domenico Spatola 

domenica 4 ottobre 2020

Fra' Domenico Spatola: San Francesco d'Assisi

 
Ad Assisi fu festa,
quando lesta
fu nuova:
"era nato e si trova 
in stalla poverello
il Cristo novello,
messo del Signore!"
Crebbe in ardore
e in Dio fu suo scampo
quando, a lampo,
luce a lui brillò: 
e il lebbroso incontrò.
In lui il Crocifisso
guardò a occhio fisso
e, a tenero conforto,
l'abbracciò e, da risorto,
nuovo in cammino,
incontrò vero destino.
Compagni, come lui,
illuminaron tempi bui.
Povertà predicaro
nel tempo ove raro
era Vangelo,
su cui era un velo.
A Francesco, con sua voce,
lo svelò Cristo da croce:
"Va' e ripara la mia Chiesa!"
Quella fu sua dolce resa
verso il monte della Verna,
ove a lui si squaderna
il Signore con suoi strali
che in lui segni reali
lo mutaron in altro Cristo,
così dice chi l'ha visto.
E in fin, su…

Fra' Domenico Spatola 

sabato 3 ottobre 2020

Fra' Domenico Spatola: Mio cantico a Te.

 
Voglio, Signore, 
echeggiare Francesco. 
In stesso suo desco 
mi assido 
e a danza mi affido,
di valzer acceso,
tutto proteso 
a grandi tue lodi. 
Lascia che odi 
stesso suo canto 
di gloria e di vanto 
per ciò che hai creato. 
Ciò che hai amato 
l'hai profumato 
con spiritale unzione. 
A te comunione 
mi adduca,                                        
mentre fratel Sole conduca
luce e sorella Luna di notte. 
Sian smorte le lotte 
e, a tua face, 
regni la pace. 
Il Fuoco fratello 
additi modello 
di grande fervore 
e generi ardore 
lo Spirito Santo 
che tanto 
colmò Francesco 
e, a stesso suo desco,    
ammetti ancor me,
per lodar sempre Te.

Fra' Domenico Spatola 

Fra' Domenico Spatola: "Tolto vi sarà il Regno..."

 
A sacerdoti e anziani 
di Gesù parvero strani
i discorsi,
e tra quelli occorsi
quel che parla del terreno,
ove un uomo in terrapieno 
piantò dell'uva il frutto
e con siepe circondò il tutto,
mentre eresse una torre
ove ogni cosa porre
scavando anche la buca
ove si conduca
l'uva per la pressa.
Poi ad alcuni fe' commessa 
di badare, in sua assenza,
e ogni anno, a ricompensa, 
avrebbe i suoi a lor mandati.
Alla venuta degli inviati,
i contadini malfattori 
si rivelaron traditori: 
l'un da loro fu bastonato 
e un altro lapidato.
Altri servi ancor mandò,
ma stessa sorte lor toccò.
Infin disse: "Sol mio Figlio
potrà condurli a buon consiglio!"
Ma vedendolo arrivare
pensarono solo d'ammazzare
chi era erede della  vigna.
Qui s'indigna
il padrone
e penserà all'uccisione
di quei ladri e assassini,
per dare ad altri contadini
di lavorare la sua terra".
Gesù aggiunse che la guerra
ch'ei lor farà,
ricorderà
che la pietra da lor scartata,
ad angolo verrà ricollocata"
Poi a tutti loro:
"Tolto - disse - vi sarà il tesoro
ch'è dei cieli il Regno
e d'altro popolo diverrà pegno!"

Fra' Domenico Spatola 

Commento di fra' Domenico Spatola al Vangelo della XXVII domenica del tempo ordinario (anno A): Matteo 21, 33-43


33
 Ascoltate un'altra parabola: C'era un padrone che piantò una vigna e la circondò con una siepe, vi scavò un frantoio, vi costruì una torre, poi l'affidò a dei vignaioli e se ne andò. 34 Quando fu il tempo dei frutti, mandò i suoi servi da quei vignaioli a ritirare il raccolto. 35 Ma quei vignaioli presero i servi e uno lo bastonarono, l'altro lo uccisero, l'altro lo lapidarono. 36 Di nuovo mandò altri servi più numerosi dei primi, ma quelli si comportarono nello stesso modo. 37 Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto di mio figlio! 38 Ma quei vignaioli, visto il figlio, dissero tra sé: Costui è l'erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l'eredità. 39 E, presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l'uccisero. 40 Quando dunque verrà il padrone della vigna che farà a quei vignaioli?». 41 Gli rispondono: «Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo». 42 E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
La pietra che i costruttori hanno scartata
è diventata testata d'angolo;
dal Signore è stato fatto questo
ed è mirabile agli occhi nostri?
43 Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare.

L'anatema da Gesù ai capi dei sacerdoti e degli anziani, esclusi dalla mensa con Abramo, a favore dei pubblicani e delle prostitute che sarebbero subentrati a loro posto, perché convertiti al Vangelo, viene giustificato dalla parabola de "i contadini omicidi". 
Vi è la storia di Israele in tutti i simboli evocati: la vigna (Israele) oggetto delle cure del padrone (Dio), affidata a contadini, fittavoli con l'obbligo, a tempo debito, di corrispondere la parte spettante al padrone. Ma essi se ne impadroniscono e, ladri, si comportano anche da scellerati omicidi: beffano i  servi (i profeti) inviati a più riprese, e lapidano alcuni  uccidendone altri. Al padrone rimane l'estremo tentativo: inviare il figlio. Ma contro il macroscopico e invincibile ottimismo del padrone ("avranno riguardo almeno di lui!") vogliono far fuori anche lui, perché l'erede. Costituiva l'estremo baluardo da eliminare per impossessarsi della vigna.  La denuncia di Gesù si fa severa. I capi religiosi sono pronti a rinnovare con il figlio, l'accanimento contro i profeti, perché mossi da identica avidità di dominio e di possesso. La "pietra angolare", su cui poggia l'architettura della casa di Dio, da loro incautamente scartata, sarà recuperata a fondamento della nuova costruzione: quella del Risorto.

Fra' Domenico Spatola 

venerdì 2 ottobre 2020

Fra' Domenico Spatola: L' ultimo insegnamento di Francesco d'Assisi

Quel vespro non fu lo stesso. Col finire del giorno, fratello Sole baciava in viso per l'ultima sua volta terrena, Francesco. Da quel momento sarebbe stato lui astro a illuminare i secoli a venire. Aveva incominciato proprio là, alla Porziuncola, ove ora chiudeva i giorni terreni. Tutti presenti i frati che il Signore gli aveva dato. Anche quelli in terra lontana, li teneva stretti al cuore. Risuonavano nell'aria, per sua volontà,  le parole del Vangelo di Giovanni,  le ultime dell'amore incondizionato di "Colui che, avendo amato i suoi, li amò sino alla fine". La mimesi era perfetta. La somiglianza esemplare, in Francesco rifulgeva agli occhi dei suoi il Crocifisso. Egli, nudo sulla nuda terra, aveva dato tutto come Gesù in croce, e ora aspettava il Risorto che lo sollevasse dalla polvere perché non conoscesse la corruzione. Le allodole tubavano intensamente. Era il loro ultimo saluto. Le stelle cominciavano a luccicare più forte perché una nuova Stella si sarebbe aggiunta a loro. Frate Focu picchettava più intenso, e il vicino ruscello mormorava cristallino a lamento. Frate Vento portava alla valle i gemiti e le preghiere, dei tanti che avevano visto a prodigio passare Francesco ornato di monili celesti. Era il tempo di sorella Morte, con la chiave per aprirgli il Regno. Era pronto e in attesa: "Ben venga, sorella Morte!". Dai frati all'intorno gemiti di dolore da orfani, incerti del futuro senza il padre e il maestro. Flebile e autorevole risuonò, nel silenzio attonito, la sua voce: "Io ho fatto la mia parte, Cristo vi insegnerà la sua". E li affidò a lui, mentre il Salmo recitava: "Esci dal carcere, anima mia!". Si spense la luce, si accese il sole a illuminare l'intero millennio e generazioni interminabili di figli e figlie inebriate da stesso profumo, a dono per l'umanità.

Fra' Domenico Spatola 

giovedì 1 ottobre 2020

Fra' Domenico Spatola: Come sono gli Angeli?


Con gli angeli volo. 
Mi trascoloro 
in trasparenza 
di quintessenza 
di sacralità. 
Li vedo qua,
eppure là, 
non da ragione 
è mia passione 
ma da giochi bambini. 
Coi loro visini 
sorrido a bisogno,
mi vengono in sogno 
a carezza del cuore, 
sussurran parole,  
perché mi rinfranchi 
e non manchi, 
a me, bellezza
di lor pienezza.
Tutta mia vita,
è più ardita,
perché mai solo 
con loro in volo
verso l'immenso, 
e a compenso 
si parla del bello 
a perfetto modello. 
Mi portano su,
dall'amico Gesù,
e riportano a terra,
ma qui c'è la guerra. 
Lor prece vivace 
è per la pace, 
e al viver sano 
danno la mano. 
Come son fatti?
Nei loro ritratti, 
vedo quei figli 
pronti a consigli, 
e mamme e bambini,
zie e cugini,
nonni e nipoti
cui come doti 
danno gli amplessi 
che sono gli stessi
che davano ai figli. 
Comunque li pigli 
son tutti presenti,
compagni attenti 
perché sia l'amore 
ragione del cuore.

Fra' Domenico Spatola