1 «In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. 2 Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore. 3 Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. 4 E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. 5 Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 6 Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono che cosa significava ciò che diceva loro.
7 Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. 8 Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9 Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10 Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza.
La vista che Gesù aveva dato al cieco in giorno di sabato, l'aveva reso "colpevole" agli occhi dei farisei.
Ma Gesù si difese contro la teoria che non esprimeva il vero pensiero di Dio. Ne denunciò la prevaricazione, perché si arrogavano il diritto di Dio di esercitare il bene dell'uomo. Per questa ragione Gesù dichiarò i suoi diffamatori come "ladri". Essi infatti, anziché liberare il popolo, lo opprimevano con leggi insopportabili che ne inibivano la felicità. Egli di quel recinto, che nella figura era l'atrio del tempio, si dichiarava la "Porta". Il titolo lo si soleva dare ad ogni padre per i figli o ad ogni maestro per i discepoli, per la missione di introdurre rispettivamente alla vita e alla conoscenza.
Per Gesù il vero peccato consisteva nell'offesa che si faceva all'uomo.
Usò quindi per sé l'immagine del "pastore" la stessa usata per Dio dal profeta Ezechiele.
Compito del pastore è di condurre "fuori" dal recinto il gregge, e verso gli spazi della libertà. Evocava in quella azione l'opera di Dio che aveva liberato il popolo dalla schiavitù egiziana. Con un gioco di assonanza linguistica, l'evangelista evidenzia la differenza tra i due termini: "pascolo" e "legge". Il primo, nella lingua dei Vangeli, si dice "nomé", il secondo "nomos". Coi pascoli offerti, Gesù comunica la vita eterna, mentre, con la legge, Mosè obbligava a subordinazione e senza prospettive di libertà.
Fra' Domenico Spatola

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