sabato 3 ottobre 2026

Fra' Domenico Spatola: 2 ottobre, festa dei santi Angeli custodi. Matteo 18, 1-5.10

Preoccupati i discepoli della crescita del potere di Pietro, chiesero a Gesù chi fosse il più importante nel regno dei Cieli. Gesù, drammatizzò la risposta ponendo nel mezzo un ragazzo che  serviva ai tavoli. Il gesto  mimava quanto Gesù aveva affermato di sé: "sono in mezzo a voi come colui che serve". La lezione era ai discepoli che se non si fossero fatti servitori come quel ragazzo, non sarebbero potuti entrare nel regno dei cieli. Chiedeva perciò di rinunciare 
all'ambizione e ai sogni di comando. ll ragazzo fu da Gesù presentato come modello di se stesso. Perciò non andavano ignorati i piccoli inservienti, perché i loro angeli vedevano il volto del Padre. L'immagine fu tratta dall'uso orientale, dove il monarca ammetteva alla sua vista solo gli intimi. Così chi si fa piccolo e servo è il più vicino a Dio. Il discorso suonava rimprovero  ai discepoli, soliti di ignorare questi piccoli , perché li consideravano ultimi nella scala sociale. 

Di Domenico Spatola

Fra' Domenico Spatola: San Francesco e il sultano

Nel luglio del 1219 Francesco partì per la Quinta Crociata. A Damietta, in Egitto, volle incontrare il sultano al Malik al Kamil, con missione di pace. L'accompagnava frate Illuminato.  Passò il confine ove più infuriava la battaglia, rischiando tra i due schieramenti. Voleva parlare direttamente al cuore del sultano, che era il nipote di Saladino "il Grande". Le guardie islamiche li fecero prigionieri, e li condussero, come desideravano nella tenda di al Malik. Illuminato e ben disposto lo ascoltò. Francesco non gli parlò di Gesù, perché il tema poteva essere divisivo, ma solamente dell'amore di Dio Padre. Fu possibile la convergenza. Di Francesco era l'amore per l'altro che voleva abbracciare per la fede in Cristo che aveva dato la sua vita per la salvezza di tutti gli uomini. Al Malik  rimase affascinato e, nel congedarlo, lo invitò a tornare. L'esempio lo ripropose papa Francesco, incontrando il capo degli Islamici e ne ripeté il gesto abbattendo ogni frontiera, soprattutto religiosa, perché da Cristo resi "tutti fratelli".

Di Domenico Spatola

Fra' Domenico Spatola: Terza puntata. Francesco e la nuova famiglia...

"Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro... 
dietro lo Sposo
anche la Sposa piace...", così Dante nel suo "Paradiso" informa della risonanza che ebbe a caldo la novità di Francesco. Presto in "Dodici", quanti i discepoli del Signore, convogliarono da Francesco, dopo avere venduto i beni e dato il ricavato ai poveri. La folgorazione a Francesco era venuta il 14 febbraio 1206, per la festa dell'apostolo Mattia. Il Vangelo del giorno invitava il giovane ricco alla sequela di Gesù. Impressionò il rifiuto, perché non voleva distaccarsi dai molti beni, e Gesù si proponeva alternativo. Francesco invece raccolse quel invito, e ne fece suo programma di vita. Bernardo da Quintavalle fu il primo a seguire il progetto. Si liberò delle ricchezze per seguire il Signore. A lui si unirono gli altri in un crescendo sorprendente e contagioso. Agli inizi trovarono riparo in una cascina fatiscente, a Rivotorto. Un pecoraio  aveva del  rudere fatto l'ovile, per cui li cacciò in malo modo. Essi pacificamente 
cercarono altro luogo, di volta in volta diverso, finché non approdarono nei pressi di una chiesetta, in aperta campagna, che, per la piccolezza, veniva  chiamata "Porziuncola". Apparteneva ai monaci benedettini, che non furono contrari perché Francesco la abitasse con i suoi Frati. "Santa Maria degli Angeli" (tale era il titolo della chiesa), sarà per Francesco e i suoi Frati, il luogo più caro che non abbandoneranno mai, considerato il loro  "Eden". I Frati Minori in tal modo  sperimentavano l'amore di Dio Padre che, "se nutre gli uccelli e offre loro dimora, quanto più non si attiva per i suoi figli?". La prima crisi di Francesco l'apprendiamo dal suo Testamento. Non sapeva come guidarli. Il Signore risolse svelando a lui di "vivere secondo il Vangelo" e osservarlo "sine glossa". La definitiva "Regula et Vita Minorum" che scriverà e verrà approvata il 29 novembre 1226 da papa Onorio III, sarà "medulla Evangeli" come descritta da San Bonaventura. L'embrione della stessa fu tuttavia la prima Regola, che Francesco presentò à papa Innocenzo III. Si trattava di un centone di frasi del Vangelo, attinenti al tema della povertà per seguire Cristo. Il sostentamento era assicurato mendicando alla "mensa del Signore, d'uscio in uscio". Innocenzo III, fu restio, ma dopo il sogno notturno della sua chiesa cadente e sostenuta da Francesco diede la sua approvazione, ma solo a voce.

Di Domenico Spatola

Fra' Domenico Spatola: Seconda puntata. Francesco del Vangelo fece sua ragione di vita...

Tornato ad Assisi, Francesco dovette confrontarsi con suo padre, comprensibilmente deluso e arrabbiato. Pietro Bernardone era mercante di stoffe, e tra i suoi viaggi, faceva lucrosi affari soprattutto nella Provenza. Fu originale per l'idea di cambiare il nome del neonato suo figlio, cui era stato imposto al battesimo il nome  Giovanni, in Francesco. Era infatti in Francia, quando il 26 settembre 1182,vad Assisi nasceva il suo primogenito. Il secondo si chiamerà Angelo. Il tempo del nostro Santo era, per la storiografia, "l'età dei Comuni", che vedeva emergere una nuova classe sociale, fondata sul censo e sui  commerci. Erano i nuovi ricchi, che potevano anche aspirare ai livelli del comando, che in precedenzaera consentito solo ai nobili di sangue. Orgoglioso di un figlio cavaliere, Pietro non aveva badato a spese, nel procurare al Figlio ambizioso costosissime e scintillanti armi con cavallo, per seguire Gualtiero di Brienne che a Brindisi aveva organizzato  la Crociata, per liberare dai Mori, la Terra Santa. Francesco era da poco reduce da un anno di prigionia passata nelle galère di Perugia, per avere  combattuto con i compaesani ghibellini, contro i guelfi perugini. A Colleferro la vittoria fu del nemico ed egli, con altri coetanei appena ventenni, fu catturato per un anno, sognando dalla tetra cella momenti di gloria. Immaginarsi la depressionedi Pietro, quando invece vide tornare Francesco, senza la baldanza e l'entusiasmo di prima. Una malattia l'aveva fermato a Spoleto, e la visione notturna, con la voce misteriosa che lo invitava a servire Dio e non il servo, aveva completato il pentimento. Lo difese la madre monna Pica, esile, elegante e provenzale. Francesco era cambiato, e la conversione lo maturava  nei luoghi solitari frequentati con nuova ansia. Non si riconosceva in lui il buontempone festaiolo di prima. Stava lontano da casa, per non sentirsi assillato dai rimbrotti paterni, e  cercava rifugio nella chiesa pericolante di San Damiano, in piena campagna e fuori le mura. Un giorno il Crocifisso bizantino della parete centrale gli parlò: "Va' Francesco, ripara la mia casa che minaccia rovina!". Equivocò pensando alle mura fatiscenti. 
Ci volevano soldi. Non potendoli  chiedere al padre, si servì da solo  prelevando dalla bottega paterna merce da vendere a Foligno. "Rubata" denuncerà Il padre, al processo davanti al vescovo. Portò il ricavato al prete della chiesa, ma questi, conoscendo l'avarizia del Padre, prudentemente non volle accettare e, appresso, Francesco nel drammatico confronto col padre davanti al vescovo Guido, restituirà ogni cosa fino all'ultimo spicciolo, insieme ai vestiti. Il vescovo lo coprì col suo mantello, e fu la sua consacrazione alla Chiesa che lo integrava nel suo grembo. Acquisita la libertà, andò ramingo per i boschi. Cantava felice di avere Dio come Padre. Era la perfetta letizia, il suo Alleluja da risorto: "In focu l'amor mi mise!". I briganti, non avendo di che derubarlo, lo ritennero pazzo, e lo precipitarono in una fossa colma di neve. "Quel che prima mi era parso amaro, mi è stato convertito in dolcezza per l'anima e per il corpo", annoterà testualmente nel suo Testamento. Incontrato il lebbroso, lo baciò e nel vicino lebbrosario, tra i reietti di quella società, lo Spirito Santo cominciò a scolpire in lui l'immagine del Cristo Crocifisso, "servo per amore".  

Di Domenico Spatola

Fra' Domenico Spatola: In attesa del grande anniversario: 800 anni dalla morte di Francesco d'Assisi

A meno sei giorni dalla solennità di San Francesco, cara a tutti i seguaci del "Poverello d'Assisi", viene voglia di parlare di lui e del suo tempo. Non è assolutamente arida la editoria su di lui con biografie che iniziano dall'antichità, lui vivente e, e recentemente riprodotte dai due più noti storici-divulgatori italiani: Barbero e Cazzullo. Attenti e puntuali a date e fatti, ma certamente non capaci di cogliere l'anima di Francesco.  Uno dei due, o forse entrambi, si dichiara apertamente "ateo". Mi chiedo come si possa parlare olisticamente di Francesco se non si riconosce la Divinità di Cristo di cui, il Poverello innamorato, fu reso dallo Spirito Santo "Icona vivente"?  La vita di Francesco è impossibile  comprenderla senza condividerne il fuoco per il Signore che egli aveva dentro. È lo Spirito Santo a fargli da Maestro per tutta quanta la verità. Sulle orme di Gesù e, con lui "Figlio", il Poverello consegnò interamente la sua vita al Padre.
Può interessare la storia per le sue vicissitudini, vissute e subìte dal nostro Santo. La sua epoca ci è estranea, ma le risposte date di volta in volta da Francesco superano i confini di quella tempere e offrono a noi respiri di pienezza di vita. 
Supera i  confini e i retaggi  del suo tempo e si fa a noi contemporanea la sua fede incrollabile, all'ombra del Crocifisso fin dagli esordi, dalla chiesa romita di San Damiano. Inviato dal Crocifisso a riparare la Chiesa. Attuale è stessa missione, oltre la Chiesa medievale di Innocenzo III, di papa Onorio e di Gregorio IX, e dello stesso Bonifacio VIII, continua ad essere fiaccola di spiritualità per il nostro tempo, e per ogni tempo. Sua scelta fu il Vangelo e questa "sine glossa", come la "Regola di vita e dei suoi Frati Minori" data come eredità ai suoi Frati. Nel Testamento chiese amore per gli ultimi e i lebbrosi. Nella società in cui contavano solo i nobili e i "majorés",  Francesco volle i suoi Frati "minores". Fu scelto da Dio sulla via di Spoleto, mentre inseguiva chimère di gloria alla corte di Gualtiero di Brienne. Lì comprese che era meglio "servire il Padrone, e non il servo" e di Cristo divenne "Cavaliere". Tornato ad Assisi il Signore ne completò conversione e il cambiamento.

Di Domenico Spatola

Fra' Domenico Spatola: Il messaggio di Francesco


Francesco Poverello,
a questo e a quello
donavi il tuo sorriso, 
luce di paradiso. 
Lo facesti per tua era, 
anch'essa di bufera, 
di male derelitta
perché da guerre afflitta, 
come la nostra,
che giostra      
senza pace
e senza chi audace
fa spegnere le armi, 
con voglia che disarmi.
Il mondo
ha bisogno
di vivere tuo sogno
di libertà 
accogliendo verità 
dal tuo messaggio, 
perché manca il coraggio 
di smettere la guerra 
su nostra  madre Terra.

Fra' Domenico Spatola

Commento di Fra Domenico Spatola al Vangelo della XXVII domenica del tempo ordinario (Anno A): Matteo 21, 33-43

33
Ascoltate un'altra parabola: C'era un padrone che piantò una vigna e la circondò con una siepe, vi scavò un frantoio, vi costruì una torre, poi l'affidò a dei vignaioli e se ne andò. 34 Quando fu il tempo dei frutti, mandò i suoi servi da quei vignaioli a ritirare il raccolto. 35 Ma quei vignaioli presero i servi e uno lo bastonarono, l'altro lo uccisero, l'altro lo lapidarono. 36 Di nuovo mandò altri servi più numerosi dei primi, ma quelli si comportarono nello stesso modo. 37 Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto di mio figlio! 38 Ma quei vignaioli, visto il figlio, dissero tra sé: Costui è l'erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l'eredità. 39 E, presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l'uccisero. 40 Quando dunque verrà il padrone della vigna che farà a quei vignaioli?». 41 Gli rispondono: «Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo». 42 E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
La pietra che i costruttori hanno scartata
è diventata testata d'angolo;
dal Signore è stato fatto questo
ed è mirabile agli occhi nostri?
43 Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare.

Convenienza e interessi rendono refrattari alla azione divina. Gesù alle massime autorità religiose parlò dei vignaioli perfidi. La vigna, dal tempo di Isaia, era immagine di Israele. Dio l'aveva curata meticolosamente e, per assentarsi andando lontano, l'aveva affittato a dei contadini. Per i frutti che gli spettavano, a tempo debito, inviò i servi. Non ebbero fortuna, e come i Profeti inviati nella storia di Israele, furono bastonati e  uccisi. Il secondo invio non fu più  fortunato. Quando infine mandò il figlio unico ed erede, quegli assassini, per impossessarsi di tutto, lo uccisero, dopo averlo cacciato fuori dalla vigna. "Come si comporterà il padrone al suo arrivo?" domandò Gesù. Ignari che si riferisse a loro, sentenziarono su se stessi: "li farà perire e darà ad altri la proprietà, perché dia frutti a suo tempo"  "Per questo - concluse  Gesù - vi sarà tolta la vigna e sarà data a un popolo che la farà fruttare". Ricordò inoltre dal Salmo 118 la scelta di Dio: "la pietra scartata dai costruttori era diventata testata d'angolo". Quando compresero che si riferiva a  loro, provarono a catturarlo per farlo morire, ma furono frenati dalla paura per la gente.

Fra' Domenico Spatola 

sabato 26 settembre 2026

Fra' Domenico Spatola: Chi fa la volontà del Padre?




Chi fa la volontà del Padre? 
Due i figli di Israele:
l'uno fu fedele
e l'altro ingiusto.
Questi con gusto
boicottò il paterno invito. 
Disse al padre:
"sei servito", 
e, senza dire no,
nella vigna non andò.
Anche all'altro  stessa richiesta, 
con aria mesta,
il padre formulò. 
Non fu d'accordo
ma poi vi si recò. 
"Chi dei due la volontà del Padre avea osservato?", 
chiese Gesù accorato
ai sacerdoti e agli anziani,
ch'eran fedeli a loro come cani. 
"Chi senza l'iniziale voglia, 
infin del podere varcò la soglia". 
Alla risposta,  
tosta 
di Gesù fu la proposta:     
parlando del Battista,
disse che sulla sua pista 
si convertirono prostitute e pubblicani, 
mentre sacerdoti e anziani
al Signore non aveano creduto. 
Era rimasto muto
il loro cuore per convenienza
perciò 
non siederanno alla futura mensa. 

Di Domenico Spatola

Commento di Fra' Domenico Spatola al Vangelo della XXVI domenica del tempo ordinario (Anno A): Matteo 21, 28-32

28
«Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, va' oggi a lavorare nella vigna. 29 Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. 30 Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. 31 Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Dicono: «L'ultimo». E Gesù disse loro: «In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. 32 È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli.

Ai capi religiosi e agli anziani del popolo, Gesù aveva posto la domanda circa l'autorità di Giovanni il Battista. Se fosse stata di origine divina o umana. Non  vollero compromettersi perché lo avevano snobbato. Avevano dichiarato di non saperlo. Con la parabola dei due figli, Gesù diede la risposta. Un padre chiese ai due figli di andare nella sua vigna a lavorare. Il primo, che inizialmente  aveva rifiutato, pentitosi, andò. Il secondo invece che si era  dichiarato disponibile, non andò. Chi dei due avesse fatto la volontà del Padre, era evidente, e corretta fu  la risposta degli interrogati. Allora Gesù spiegò che  coloro che avevano adempiuto la volontà del Padre, erano stati i pubblicani e le prostitute, da loro tanto detestati. Essi infatti si erano  convertiti alla predicazione del Battista, mentre i capi religiosi  lo avevano, osteggiato, per convenienza.  Alla fine, saranno gli stessi peccatori disprezzati, a occupare il loro posto alla mensa del Regno.

Fra' Domenico Spatola

venerdì 18 settembre 2026

Fra' Domenico Spatola: Di tua benevolenza...



Operaio della prima ora, o Dio, 
ero anch'io. 
Ma a lavorar coi tanti, 
ricompensa non fu dei vanti. 
A sera, stanco e sudato,
vidi che a tutti stessa paga avevi dato. 
Anche a chi
a lavoro fu raro, 
desti un denaro.  
Lamentai che, per fatica e caldo, 
ingiusto era  quel saldo. 
Per il giorno intero, 
in modo altero pretendevo 
più del pattuito.
Ma per te era normale e non un mito, 
che la cifra a me promessa
fosse la stessa 
donata a tutti quanti, 
perché volevi tutti benestanti  
di tua benevolenza
di cui non possiam far senza. 

Di Domenico Spatola

Commento di Fra' Domenico Spatola al vangelo della XX domenica del tempo ordinario (Anno A): Matteo 20, 1-16

 
1 «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. 2 Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. 3 Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati 4 e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò. Ed essi andarono. 5 Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. 6 Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? 7 Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna.
8 Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi. 9 Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10 Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero un denaro per ciascuno. 11 Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo: 12 Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo. 13 Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? 14 Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te. 15 Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? 16 Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi».

Dio non premia e non castiga. È al di là del bene e del male. Fa piovere e fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi. Egli non dà cose, ma totalmente se stesso. È il significato teologico della parabola del padrone della vigna in cerca di operai giornalieri. Alle sei del mattino ne trovò e patteggiò con loro per un denaro. Era la paga sindacale. I primi operai andarono. Col ritmo costante, ogni tre ore, tornò per tutto il giorno a cercare operai. L'ultima volta alle cinque, cioè a un'ora dal tramonto. Alle sei, il momento della paga. Il padrone ordinò che per primi venissero ricompensati quelli venuti nell'ultima ora. Con felice  sorpresa ricevettero un denaro. E a seguire, tutti gli altri furono ricompensati allo stesso modo. La cosa fu attenzionata dagli operai della prima ora. Si aspettavano di più, ma ricevettero anch'essi un denaro.  Gridarono alla ingiustizia del padrone, avendo essi sopportato "il peso e il caldo dell'intero giorno" . 
Al rimprovero, il padrone si giustificò dicendo che non era stato ingiusto avendo dato loro quanto avevano pattuito. Se però del suo egli voleva dare la stessa cifra a coloro che avevano lavorato di meno, non poteva fare del suo ciò che voleva? La parabola  estremizza due concezioni su Dio. Quella "meritocratica" dei farisei, e l'altra "misericordiosa" del Padre, svelata da Gesù. La religione fonda sulle opere della Legge il rapporto di Dio con gli uomini, mentre lo Spirito parla della libertà del Padre nel donarsi "intero", nella gratuità dell'amore.

Fra' Domenico Spatola

sabato 12 settembre 2026

Fra' Domenico Spatola: Perdonare come il Padre

 


"Perdonare sette volte?". 
Di Pietro erano svolte, 
per Cristo insufficienti, 
e cifre inesistenti
a lui dettò
e le quantifica 
in nette
"settanta volte sette".
Stesso perdona Dio, 
che in oblio
il suo debito avea condonato
a colui che, perdonato, 
non perdonò.
Tal si svelò
né fu capace
di dare pace
al fratello
da cui pretese quello
che gli doveva, 
e lo gettò in galera. 
Ma il re saputo il fatto 
lo ritenne un gran misfatto
e, chiamato il servo ingrato, 
disse a lui beneficato, 
che doveva condonare
la somma che dovea a lui dare
il suo debitore, 
come fatto avea con lui il suo Signore. 
Di Domenico Spatola

Commento di Fra' Domenico Spatola al Vangelo della XXIV domenica del tempo ordinario (Anno A): Matteo 18, 21-35

21
Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». 22 E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.
23 A proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. 24 Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. 25 Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. 26 Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. 27 Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. 28 Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! 29 Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. 30 Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito.
31 Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. 32 Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. 33 Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? 34 E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. 35 Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello».

Pietro si vantava di essere disposto a perdonare "fino a sette volte" il fratello, se si fosse reso colpevole nei suoi confronti. 
Gli scribi, maestri della Legge, concedevano di perdonare fino e non oltre le "tre volte". Per Gesù invece il perdono doveva essere illimitato: "settanta volte sette". L'espressione era del discendente di Caino, Lamek, che parlava di vendetta infinita.  Gesù, al contrario, invocava tale misura per il perdono, indicando il modello da imitare nel Padre celeste che, nella parabola, è rappresentato dal Re. Fatti i conti con i servi, trovò uno che gli doveva la cifra spaventosa di diecimila talenti, pari a tre tonnellate di oro. Il debitore, non avendo come pagare e non volendo  finire in prigione o venduto come schiavo con tutta la famiglia, implorò pietà, con la promessa di restituire il dovuto. Cosa improbabile perché ci sarebbero volute 164.000 giornate lavorative per accumulare quella cifra. 
Commosso il re gli condonò il debito. Ma, il beneficato,  non provò la stessa compassione che era stata per lui. Incontrato un compagno che gli doveva solo cento denari, pari a tre mensilità di stipendio, lo afferrò per il collo fino a soffocarlo, e gli intimò di sborsare il dovuto. Il debitore lo supplicava di avere pazienza e gli avrebbe restituito tutto. Invano perché il creditore spietato lo fece gettare in prigione. I compagni,  visto l'accaduto, riferirono al re, il quale, indignato, pretese dal "servo malvagio"  che gli restituisse quel che gli aveva condonato, dal momento che egli non aveva avuto  compassione del compagno come egli ne aveva avuta di lui.

Fra' Domenico Spatola

venerdì 4 settembre 2026

Fra' Domenico Spatola: Il Padre vi ascolterà...



Se pecca il tuo fratello, 
non fare come quello
che non intende perdonare. 
Lo devi tu chiamare
e farti ascoltare
tra te e lui. 
Ma se sarà come colui
che non ascolta, 
fa' in modo che risolta
sia la questione
con una o due persone.
Se non ascolta ancora, 
sarà in ultima ora
la comunità
a fare verità. 
Se non ascolterà
neppure questa, 
non ti resta
che trattarlo
da pubblicano
e amarlo da pagano.
Ciò che in terra verrà legato, 
in cielo stesso metro sarà usato.
L'accordo per chiedere qualcosa, 
non morosa
resterà
perché il Padre in nome mio ve la concederà.

Di Domenico Spatola

Commento di fra' Domenico Spatola al Vangelo della XXIII domenica del tempo ordinario (Anno A): Matteo 18, 15-20

15 Se il tuo fratello commette una colpa, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; 16 se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. 17 Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all'assemblea; e se non ascolterà neanche l'assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano. 18 In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo.
19 In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. 20 Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro».

"Rimanete in me e io in voi". È il Testamento di Gesù ai discepoli. Una, la  condizione per "rimanere in lui".
La detta Gesu: "Se vi amate come io vi ho amati". Presenza la sua, resa possibile dall'amore tra i fratelli. Il perdòno va donato "settanta volte sette", cioè sempre. L'espressione è di Gesù a Pietro. Chi deve iniziare a perdonare? Pare paradossale., ma per Gesù è colui che  ha ricevuto l'offesa. Il perdono offerto, sanerà il "vulnus". Ma se l'altro si rifiutasse di accoglierlo, vengano chiamati a  mediare due o tre persone.
Se fallisse anche l'ultimo tentativo, la Comunità lo deve amare come si è chiamati ad amare il nemico e a pregare per lui. L'amore qualifica i discepoli e li abilita a  sciogliere le catene di schiavitù provenienti dalla Legge di Mosè e alleggerire i pesi insopportabili degli scribi, interpreti abusivi di quella Legge. L'amore consentirà al Risorto di stare tra i suoi fratelli, e la preghiera che i discepoli faranno nel suo Nome,  otterrà qualunque cosa essi chiederanno il Padre.

Fra' Domenico Spatola