sabato 3 ottobre 2026

Fra' Domenico Spatola: Seconda puntata. Francesco del Vangelo fece sua ragione di vita...

Tornato ad Assisi, Francesco dovette confrontarsi con suo padre, comprensibilmente deluso e arrabbiato. Pietro Bernardone era mercante di stoffe, e tra i suoi viaggi, faceva lucrosi affari soprattutto nella Provenza. Fu originale per l'idea di cambiare il nome del neonato suo figlio, cui era stato imposto al battesimo il nome  Giovanni, in Francesco. Era infatti in Francia, quando il 26 settembre 1182,vad Assisi nasceva il suo primogenito. Il secondo si chiamerà Angelo. Il tempo del nostro Santo era, per la storiografia, "l'età dei Comuni", che vedeva emergere una nuova classe sociale, fondata sul censo e sui  commerci. Erano i nuovi ricchi, che potevano anche aspirare ai livelli del comando, che in precedenzaera consentito solo ai nobili di sangue. Orgoglioso di un figlio cavaliere, Pietro non aveva badato a spese, nel procurare al Figlio ambizioso costosissime e scintillanti armi con cavallo, per seguire Gualtiero di Brienne che a Brindisi aveva organizzato  la Crociata, per liberare dai Mori, la Terra Santa. Francesco era da poco reduce da un anno di prigionia passata nelle galère di Perugia, per avere  combattuto con i compaesani ghibellini, contro i guelfi perugini. A Colleferro la vittoria fu del nemico ed egli, con altri coetanei appena ventenni, fu catturato per un anno, sognando dalla tetra cella momenti di gloria. Immaginarsi la depressionedi Pietro, quando invece vide tornare Francesco, senza la baldanza e l'entusiasmo di prima. Una malattia l'aveva fermato a Spoleto, e la visione notturna, con la voce misteriosa che lo invitava a servire Dio e non il servo, aveva completato il pentimento. Lo difese la madre monna Pica, esile, elegante e provenzale. Francesco era cambiato, e la conversione lo maturava  nei luoghi solitari frequentati con nuova ansia. Non si riconosceva in lui il buontempone festaiolo di prima. Stava lontano da casa, per non sentirsi assillato dai rimbrotti paterni, e  cercava rifugio nella chiesa pericolante di San Damiano, in piena campagna e fuori le mura. Un giorno il Crocifisso bizantino della parete centrale gli parlò: "Va' Francesco, ripara la mia casa che minaccia rovina!". Equivocò pensando alle mura fatiscenti. 
Ci volevano soldi. Non potendoli  chiedere al padre, si servì da solo  prelevando dalla bottega paterna merce da vendere a Foligno. "Rubata" denuncerà Il padre, al processo davanti al vescovo. Portò il ricavato al prete della chiesa, ma questi, conoscendo l'avarizia del Padre, prudentemente non volle accettare e, appresso, Francesco nel drammatico confronto col padre davanti al vescovo Guido, restituirà ogni cosa fino all'ultimo spicciolo, insieme ai vestiti. Il vescovo lo coprì col suo mantello, e fu la sua consacrazione alla Chiesa che lo integrava nel suo grembo. Acquisita la libertà, andò ramingo per i boschi. Cantava felice di avere Dio come Padre. Era la perfetta letizia, il suo Alleluja da risorto: "In focu l'amor mi mise!". I briganti, non avendo di che derubarlo, lo ritennero pazzo, e lo precipitarono in una fossa colma di neve. "Quel che prima mi era parso amaro, mi è stato convertito in dolcezza per l'anima e per il corpo", annoterà testualmente nel suo Testamento. Incontrato il lebbroso, lo baciò e nel vicino lebbrosario, tra i reietti di quella società, lo Spirito Santo cominciò a scolpire in lui l'immagine del Cristo Crocifisso, "servo per amore".  

Di Domenico Spatola

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