sabato 12 giugno 2021

Commento di fra' Domenico Spatola al Vangelo della Undicesima domenica del tempo ordinario (anno B): Matteo 4, 26-34

26
 Diceva: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; 27 dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. 28 Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. 29 Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura».
30 Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? 31 Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; 32 ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra».
33 Con molte parabole di questo genere annunziava loro la parola secondo quello che potevano intendere. 34 Senza parabole non parlava loro; ma in privato, ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa.

Gesù provò ancora, con parabole, a rendere comprensibile il suo messaggio. Sapeva che la gente era stata educata a nutrire le attese di rivalsa su tutte le Nazioni. Il "Regno" annunciato da Gesù poteva apparire inaccettabile. Il genere della "parabola" era dunque arguzia che consentiva a Gesù di ricondurre, senza traumi gli interlocutori, al proprio  punto di vista. La parabola dei "quattro terreni" aveva significato le diverse risposte del terreno. Ad essa Gesù fece seguire quella del seme che manifesta le sue potenzialità. Il contadino lo getta nel terreno e, senza ansia, ne rispetta i tempi della maturazione: "prima spunta lo stelo, poi la spiga nello stelo e infine il chicco pieno nella spiga". Il frutto maturo infine "si consegna", e "la falce" fa la sua parte della allegra "mietitura". Tale è la maturazione di chi "si offre" quando raggiunge il compimento della crescita. Così aveva fatto il Battista e altrettanto farà Gesù offrendo pienezza di dono. La maturazione individuale di ciascuno consente quella collettiva del Regno. Con "la parabola della senape", Gesù evidenzia gli effetti del seme e di coloro che lo accoglieranno. Scandalosamente minimalista poteva apparire l'umiltà del modello: il chicco di senape, era troppo piccolo per confrontarlo al Regno. Cresce nell'orto ma diventa, tra gli ortaggi, il più alto. L'immagine contrastava volutamente con quella del cedro del Libano usata da Ezechiele, più atto a descrivere di Israele il Regno davidico per gli alti monti su cui cresce e rami da dominare gli uccelli, dove sono adombrati i pagani, che vi nidificano, sottomessi, all'ombra. La senape adottata da Gesù a immagine del Regno, cresce nell'orto e non mostra attitudini al dominio. I  pagani, come gli uccelli ghiotti dei suoi semi, potranno trovarvi nutrimento. Se tuttavia le parabole servivano per evitare traumi alla gente, ai discepoli il messaggio andava chiarito e, in privato, spiegata ogni cosa.

Fra' Domenico Spatola

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