venerdì 16 ottobre 2026

Commento di Fra' Domenico Spatola al Vangelo della XXIX domenica del tempo ordinario (Anno A): Matteo 22, 15-21

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Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. 16 Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. 17 Dicci dunque il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?». 18 Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché mi tentate? 19 Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. 20 Egli domandò loro: «Di chi è questa immagine e l'iscrizione?». 21 Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

I capi religiosi di Israele, denunciati da Gesù come "ladri e assassini", reagirono con trappole per screditarlo dinanzi alla gente. Provarono a coglierlo in fallo nei suoi stessi discorsi. Inviarono i propri discepoli insieme agli erodiani. Il pericolo era comune.  Gli chiesero un parere: se pagare o no, il tributo a Cesare. Era la tassa impopolare, contro la quale si erano consumate, negli anni, rivolte, finite in bagni di sangue. Gesù, fiutò l'inganno. Se infatti si fosse dichiarato favorevole avrebbe riconosciuto l'autorità dell'imperatore, andando contro la Legge, che invece dichiarava che solo Dio è l'unico Signore. Se avesse  negato, sarebbero scattate le manette della polizia di Erode. 
Gesù chiese che gli esibissero la moneta del tributo che, sulle due facce, riproduceva  rispettivamente le immagini di Tiberio e della madre Livia. La Legge vietava severamente di possederla, perché blasfema, soprattutto all'interno del tempio o nei cortili, dove si trovavano in quel momento. Ma i farisei, scrupolosi osservanti delle tante minuzie della Legge, derogavano in fatto di denaro. Gliela presentarono e, all'invito di leggere l'iscrizione, Gesù fece seguire l'imperativo di "restituire a Cesare quello che era suo". Se ne accettavano infatti i benefici, dovevano subirne le conseguenze. Volle tuttavia aggiungere quel che gli premeva di più e non gli era stato richiesto: "Restituite a Dio, quel che è di Dio!". Li accusava ancora di ladrocinio, per essersi impadroniti del popolo di Dio e, gravandolo di leggi, ne avevano occultato l'amore di Padre. Sorpresi dalla insperata risposta,  andarono via. Delusi!

Fra' Domenico Spatola

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