martedì 13 agosto 2024

Commento di fra Domenico Spatola al Vangelo della Solennità della Assunzione di Maria in corpo e anima in cielo: Luca 1,39-56

 
39 In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. 40 Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. 41 Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo 42 ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! 43 A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? 44 Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. 45 E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore».
46 Allora Maria disse:
«L'anima mia magnifica il Signore
47 e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
48 perché ha guardato l'umiltà della sua serva.
D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
49 Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente
e Santo è il suo nome:
50 di generazione in generazione la sua misericordia
si stende su quelli che lo temono
si stende su quelli che lo temono
si stende su quelli che lo temono.
51 Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri
ha disperso i superbi nei pensieri
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
52 ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
53 ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato a mani vuote i ricchi.
ha rimandato a mani vuote i ricchi.
ha rimandato a mani vuote i ricchi.
54 Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia
ricordandosi della sua misericordia
ricordandosi della sua misericordia,
55 come aveva promesso ai nostri padri,
ad Abramo e alla
ad Abramo e alla
ad Abramo e alla sua discendenza,
per sempre».
56 Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

Sapeva Maria di Elisabetta, la parente lontana che, da sei mesi, aspettava un bimbo. L'angelo gliene aveva parlato come di un caso irrisolvibile, e portato a prova che "Nulla è impossibile a Dio". Si alzò in tutta fretta per recarsi in Giudea. La via  doveva essere la più veloce, anche se più pericolosa, attraverso la Samaria. Intrepida e premurosa, a emulare le grandi donne dell'antico Testamento. Entrata nella casa di Zaccarìa, il suo saluto fu esclusivo per Elisabetta. Trasmetteva lo Spirito Santo a chi aveva creduto come lei.  Zaccaria era sordo per la sua incredulità. Il saluto di Maria fece invece sussultare il bambino nel grembo  di Elisabetta, che, colmata di Spirito Santo, la esaltò "corifea di tutte le donne da lei riscattate". Geniale Luca fa rivivere l'incontro delle madri, attraverso il racconto del re Davide "danzante davanti all'Arca", il luogo più santo, perché accogliente la presenza di Dio.  Maria dunque  "nuova Arca" al cui cospetto danza Giovanni, il profeta che ha riconosciuto Gesù, dal grembo della madre. L'elogio di Elisabetta per Maria fu il più vero: "Beata te che hai creduto!" e il "Magnificat" della Vergine fu la risposta al Signore che "aveva fatto in lei grandi cose". L'intero inno porta i verbi di vittoria degli umili e dei prostrati ("anawim") che verranno innalzati, mentre i ricchi e gli oppressori ribaltati dai troni. Il cantico della Vergine anticipava il Vangelo del Figlio che restituirà, all'uomo umiliato, la dignità divina sulla Croce e  sarà il giudizio sulla Storia.

Fra' Domenico Spatola 

sabato 10 agosto 2024

Fra' Domenico Spatola: "Il Pane... è la mia Carne! "

Ricusarono il tuo pane, 
altre cose dichiararon sane.
Criticavan tue radici
e, di tuoi avi, si  riteneano amici. 
Agli occhi aveano il velo, 
né vedean te, sceso dal cielo.
L'invitasti a non mormorare, 
ma a credere e accettare
che il Padre t'avea mandato. 
Così avrebbe meritato
ognun la vita eterna, 
quella paterna. 
"Il Pane sono io", 
dicesti a chi in oblio
ti volea relegato, 
avendoti confrontato
con i loro antichi padri,
come con vecchi quadri. 
Ma tu di lor narrasti fine:
morti tutti nel confine 
del deserto, 
mentre di Pane, da te offerto, 
ch'è la tua Carne, 
il mondo non può farne
a meno, nel cammino,
guidato dallo Spirito divino.

Fra' Domenico Spatola 

Commento di fra' Domenico Spatola al Vangelo della XIX domenica del tempo ordinario (anno B): Giovanni 6, 41-51

41
 Intanto i Giudei mormoravano di lui perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». 42 E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo?».
43 Gesù rispose: «Non mormorate tra di voi. 44 Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 45 Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. 46 Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. 47 In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna.
48 Io sono il pane della vita. 49 I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; 50 questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. 51 Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Tutti mormoravano contro Gesù. Era il verbo della idolatria. A rifiutare le sue parole saranno un po' tutti, folla e discepoli, ma soprattutto i capi. Li scontentava per la sua dichiarata "condizione divina". Aveva infatti detto: "Io sono il pane disceso dal cielo", dove "Io sono" lo identificava con "Iahvè", tetragramma divino. Per le autorità religiose assimilare  l'uomo a Dio, era bestemmia, malcelava tuttavia la furbata di mediare essi stessi la distanza. Provarono a delegittimarlo, riconducendo la  dichiarazione di "Figlio di Dio", alla più familiare condizione del "figlio di Giuseppe e di Maria". Gesù, tagliando corto, dettò il  criterio unico funzionale per riconoscerlo e accoglierlo. Necessario era identificare "Dio come Padre". Avrebbero compreso il Figlio che compiva le stesse opere a favore dell'umanità. Ma i capi giudei, che agivano come tanti politici nel mondo, miravano ai propri interessi. L'amore che invece comunicava Gesù era "eterno", perché veniva dal Padre, assicurando vita eterna, che la morte non può distruggere. Obiettarono  evocando i padri che avevano mangiato la manna nel deserto. Non perfezionarono tuttavia la frase, che Gesù si premurò, in dissenso, a completare: " e morirono!". Fu infatti il grande fallimento del l'esodo, e l'evocazione risultava scottante.  Gesù perciò ripropose l'offerta: "Se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno". Fu anche un avvertimento, e aggiunse  che "quel Pane è la sua Carne".  In lui tutti i doni  divini infatti si manifestano nella debolezza della nostra umanità.

Fra' Domenico Spatola 

venerdì 2 agosto 2024

Fra' Domenico Spatola: Tu, pane di vita...

La folla delusa, 
si trovò confusa
nel non vederti.                            
Voleva offerti
stessi pani
che, con tue mani, 
Gesù, avevi spezzato.
Ma tu, contrariato, 
dicesti loro
che altro era il tesoro
che non Mosè avea dato, 
la sua manna infatti negato
avea la vita
che a tutti nel deserto era finita.
Proponesti perciò il tuo alimento, 
e dicesti che a portento
dava guerra a morte
e tu garantivi novella sorte
a chi mangia il tuo Pane:
ei non frane 
avrebbe visto in sua vita, 
perché l'avrà infinita.

Fra' Domenico Spatola

Commento di fra Domenico Spatola al Vangelo della Domenica XVIII domenica del tempo ordinario (anno B): Giovanni 6, 24-35

 24 Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafarnao alla ricerca di Gesù. 25 Trovatolo di là dal mare, gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?».
26 Gesù rispose: «In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. 27 Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». 28 Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?». 29 Gesù rispose: «Questa è l'opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato».
30 Allora gli dissero: «Quale segno dunque tu fai perché vediamo e possiamo crederti? Quale opera compi? 31 I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo». 32 Rispose loro Gesù: «In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; 33 il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». 34 Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». 35 Gesù rispose: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete.

Divisi i pani alle cinquemila persone, la folla fu euforica. Aveva trovato il suo re. Equivocava e con lei anche i discepoli, che, al rifiuto di Gesù a lasciarsi incoronare, rimasero frustrati. Gesù infatti, per sfuggire alle loro lusinghe, si era rifugiato da solo sul monte, mentre i discepoli, dissociati, s'imbarcarono, per l'altra riva. La tempesta in mare, marcò la distanza. Gesù tuttavia li volle riconquistare nella notte, camminando sulle acque. A Cafarnao fu l'approdo. La folla lo raggiunse. Ma il cibo cercato era quello che perisce. Tale fu la denuncia di Gesù, il suo invito fu perciò a cercare il vero cibo, che può dare solo il Padre, perché è per la vita eterna. La folla obiettò che l'unico pane conosciuto era la manna, che Mosè aveva dato ai padri. "E morirono" concluse la loro  frase Gesù "perché non Mosè poteva dare il vero Pane, essendo quello esclusivo dono del Padre mio". A garanzia era la vita eterna che solo quel pane comunica. Parvero persuasi, e insistettero per averlo. Allora, fuori metafora, Gesù si dichiarò: "Io sono il pane della Vita, chi mangia di me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete". Immortalata fu la formula a consacrazione liturgica, in tutte le comunità giovannee.

Fra' Domenico Spatola

sabato 27 luglio 2024

Fra' Domenico Spatola: Pane condiviso

 


Pane mai finito
Gesù, tu doni a rito
in ogni momento
che ti fai Sacramento
di vita piena
e tua Parola allena
a condividere lesto
stesso tuo gesto, 
ma per donare
insegni ad amare
con stessa passione
ch'è condivisione.

Fra' Domenico Spatola 

Commento di fra' Domenico Spatola al Vangelo della XVII domenica del tempo ordinario (anno B): Giovanni 6,1-15

1
 Dopo questi fatti, Gesù andò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, 2 e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. 3 Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. 4 Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 5 Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». 6 Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. 7 Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». 8 Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9 «C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?». 10 Rispose Gesù: «Fateli sedere». C'era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. 11 Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. 12 E quando furono saziati, disse ai discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». 13 Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
14 Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!». 15 Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo.

Gran folla vedeva e voleva da Gesù segni di guarigione sugli infermi. Ma egli propose di più: oltre che medico si offriva anche come "medicina". Sul monte salì, per correggere Mosè e la Legge. Seduto, dettò la sua. Il contesto era pasquale, cioè di liberazione. Gesù chiese collaborazione ai discepoli per sfamare la ingente folla. Filippo però non trovò risposta, pensava infatti che a dovere comprare pane, non avevano bastanti soldi. Gesù però non gli aveva chiesto di "meritare", quella era logica di altri, non sua. Gli chiedeva di farsi "dono per la condivisione". Era la sua novità: "si moltiplica ciò che si condivide". Così infatti accadde coi cinque pani d’orzo e i due pesci che aveva il ragazzo, che fu presentato a Gesù dal discepolo Andrea. Sufficienti per Gesù, se dati per amore.  E così fu. Tutti seduti sull'erba e, come a fine viaggio, invitati a riposare. Servìti da signori. Erano giunti con Gesù i tempi messianici. "Cinquemila" era il numero degli uomini, come la Pentecoste dello Spirito Santo nelle comunità di Cristo, ormai moltiplicate e maturate nella fede. La formula adottata dall'evangelista è la stessa in ogni Eucaristia che rinnova il dono. 
"Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano".
Dopo che furono saziati, il pensiero di Gesù fu ai lontani per i quali si raccolsero dodici ceste con i pani avanzati e destinate alle dodici Tribù di Israele. 
Il finale tuttavia deluse. La gente infatti non avendo compreso il segno per liberare da ogni schiavitù, voleva di nuovo sottomettersi. Così, in dissenso, Gesù risalì, da solo, il monte, imitando Mosè che vi era ritornato, dopo l'idolatria del suo popolo col vitello d'oro.

Fra' Domenico Spatola 

venerdì 19 luglio 2024

Fra' Domenico Spatola: Donasti pane

 


Accolti in barca, 
dei discepoli parca
vedesti l'istruzione. 
A compassione, 
li accomunasti a gente
che non sapea niente,
e, giunto a riva, 
non la lasciasti priva
di tue dottrine sane
e, a sazietà, donasti il pane.

Di Domenico Spatola

Commento di fra' Domenico Spatola al Vangelo della XVI Domenica del tempo ordinario (anno B): Marco 6,30-34

30 Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. 31 Ed egli disse loro: «Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po'». Era infatti molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare. 32 Allora partirono sulla barca verso un luogo solitario, in disparte.
33 Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero. 34 Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

Espletata, da apostoli, la prima missione, i discepoli riferirono a Gesù. Lo contrariarono, quando raccontarono di avere "insegnato", senza averne ricevuto il mandato.  Avrebbero dovuto "annunciare il Regno", perché l'insegnamento comportava la profonda conoscenza delle Scritture, che i discepoli non avevano. Si erano comportati da discepoli dei farisei, incitando, col favore della gente, al sovranismo di Israele sui pagani. Invece il "nuovo" raccomandato da Gesù era a favore e non contrario alla salvezza dei pagani, che il nuovo Israele era chiamato a servire e non a dominare. Così ai discepoli, che giogionavano con la folla che li acclamava, impose il ritiro in disparte e in luogo deserto. La folla, che non dava loro neanche il tempo di nutrirsi della dottrina di Gesù, quando li vide imbarcarsi, con lo sguardo ne intuì la rotta e, a piedi, ne anticipò la meta. Mentre scendeva dalla barca, Gesù provò compassione, a vederla numerosa e affamata di conoscenza. Si approntò maestro e, compiangendola da "gregge senza pastore", si mise a insegnare.

Fra' Domenico Spatola

domenica 14 luglio 2024

Fra' Domenico Spatola: Rosalia, radiosa e pia...



A quattrocent'anni, 
torni a riparare i danni
di nuova peste, 
che rattrista nostre feste. 
C'è la mafia, c'è la guerra
che non dànno pace in Terra. 
Benedici la tua gente, 
che, a Palermo, è impaziente
di risveglio. 
Facci gustare il meglio, 
oltre paura. 
Possente perciò sia tua cura 
a donare alla città
stessa beltà, 
che Cristo, in te sua sposa, 
nomò "giglio e rosa". 
Sia monito tua vita
che in noi sarà infinita
se di Gesù saremo amici, 
e siamo già felici! 

Di Domenico Spatola

Fra' Domenico Spatola: Chi era Santa Rosalia?

Le sue origini portano a Sinibaldi, signore della Quisquina. La stessa ne si dichiarò figlia nello speco dell'eremo da lei scelto per le sue nozze mistiche con Cristo. 
Correva il secolo XII. Lasciò l'eremo per venire sul Monte, a Palermo identificato col nome del "Pellegrino de La Mecca". Da quel momento, molteplici si fanno le congetture. Eremita singola o monaca basiliana? Non lo sapremo con certezza. 
A Rosalia, la fama di Santa appartenne da subito. Commemorata "ab antiquo" anche fuori Italia. La leggenda lega il ritrovamento dei suoi resti mortali al sogno del cacciatore, disperato per la morte della moglie, quando per le vie di Palermo imperversava la peste. Nel 1624 un galeone provenendo da Trapani aveva attraccato al porto di Palermo, scaricando granaglie infette per la città, che pativa la fame. L'infezione si propagò straordinariamente virulenta. I morti si succedettero numerosi dalla Kalsa nei pressi del porto e la peste non lasciava indenne alcuna casa. I monatti, con i sinistri cigolii dei loro carri, percorrevano le strade nauseabonde di cancrena a raccogliere cadaveri in putrefazione. Il sogno maturò dalla disperazione. Si scavò nella grotta e le "ossa" ritrovate servirono come deterrente a fermare la peste. Così accadde, stando alle Cronache del tempo. Da allora Palermo non ha dimenticato, con tante scuse a Cristina, la Santa che fino all'ora era stata la Patrona della città. Cristina comprese che altra sarebbe stata a proteggere la città e che aveva dato prova di saperlo fare, e fece un passo indietro. Oggi da quel "affaire", ricorrono quattrocento anni.

Di Domenico Spatola

venerdì 12 luglio 2024

Fra' Domenico Spatola: Missione

Li inviasti poverelli 
ad essere fratelli, 
i Dodici a ognuno
e a chi non ha nessuno. 
Raccomandavi fede
perché Dio a ognun provvede,
e fraterni, a due a due, 
nessun pensava sue
le grazie che donavi. 
Li diffidavi
dal seguir ricchezza
e, a segno di pochezza, 
prendere un bastone 
per l'evangelica missione
per ammorbidire i duri 
e fare i cuori puri.
Divina provvidenza 
sarà la quintessenza
e per lor vita sicura
Dio si farà cintura. 
Ogni accoglienza
comporti permanenza, 
altrimenti andare altrove
a viver nuove alcove.

Fra' Domenico Spatola

Commento di fra' Domenico Spatola al Vangelo della XV domenica del tempo ordinario (anno B): Marco 6, 7-13

7
 Allora chiamò i Dodici, ed incominciò a mandarli a due a due e diede loro potere sugli spiriti immondi. 8 E ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa; 9 ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche. 10 E diceva loro: «Entrati in una casa, rimanetevi fino a che ve ne andiate da quel luogo. 11 Se in qualche luogo non vi riceveranno e non vi ascolteranno, andandovene, scuotete la polvere di sotto ai vostri piedi, a testimonianza per loro». 12 E partiti, predicavano che la gente si convertisse, 13 scacciavano molti demòni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano.

Rifiutato da Israele, Gesù ne costituì uno nuovo. I "Dodici" discepoli, li volle "apostoli" e li inviò "a due a due", come comunità di eguali. Il potere consegnato sugli spiriti impuri, serviva a separare l'uomo dalla sfera del male. Quel che ordinò di portare per il viaggio serviva a mostrare la verità dell'annuncio e che dovevano fidarsi di Dio e degli altri, rinunciando all'ambizione e all'aviditá. La descrizione dell'abbigliamento consigliato è dettagliata. I "sandali" da portare denunciavano che il peregrinare sarebbe stato lungo. Lo stesso simboleggiava il "bastone da viandante" raccomandato. Diffidate furono le "due tuniche", appannaggio esclusivo dei ricchi. La sollecitazione più importante però fu quella di liberarsi dall'affanno economico per fidarsi di Dio. Consentiva di entrare in qualunque casa, senza più il divieto imposto ai fedeli da Mosè di non entrare in quella dei pagani, pena l'impurità rituale. Per Gesù il termine "pagàno" non sarà più applicato  a chi non crede o è di altra religione, ma a colui che non accoglie l'invito oppure non offre l'aiuto. Gli apostoli partirono. Ma fecero quanto Gesù aveva ordinato? Lo chiariranno  i passaggi successivi.

Fra' Domenico Spatola

venerdì 5 luglio 2024

Commento di fra' Domenico Spatola al Vangelo della XIV domenica del tempo ordinario (anno B): Marco 6, 1-6

 
1 Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. 2 Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? 3 Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?». E si scandalizzavano di lui. 4 Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». 5 E non vi potè operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. 6 E si meravigliava della loro incredulità. Gesù andava attorno per i villaggi, insegnando.

Gesù giunse a Nazareth. L'evangelista la chiama "patria", volendo  estendere all'intera Nazione la responsabilità del rifiuto dei suoi compaesani. Era un sabato e, come al solito, insegnava in sinagoga. Non conosciamo da Marco il contenuto della "lectio". La spigoliamo dall'omologo passo di Luca, che parla di "anno di grazia del Signore". Commentando il profeta Isaia, Gesù si dichiarava "consacrato dallo Spirito, per annunciare l'anno di grazia del Signore". Ma la causa del rifiuto dei Nazaretani, fu perché aveva cancellato colpevolmente, le parole che rimandavano al   "giorno della vendetta di Iahvè contro i nemici di Israele". Lo giudicarono eccessivo! Vanificava, a loro dire, le attese del futuro dominio, che Israele riponeva nel "Messia, il figlio di David". Da qui la persecuzione iniziava con la denigrazione del suo insegnamento. Lo disprezzavano perché non garantito da alcuna scuola. Gesù, da "falegname", non aveva studiato con alcun maestro. Passarono dunque a denigrarne la reputazione. In quanto "figlio di Maria", si sconosceva la paternità, che, nella norma, per Legge, era obbligo menzionare anche se il padre era morto. Dei fratelli e delle sorelle il ricordo avvenne senza infamia e senza lode. Per ripicca, provarono a distruggerne l'immagine, in risposta alla denigrazione che dei loro scribi era stata fatta precedentemente a Cafarnao. L'accusa di guarigioni illusorie venivano attribuite a mendacie opere di magia, compiuta con le mani. La difesa di Gesù fu l'amaro commento: "Nessun profeta è disprezzato se non in patria". Non trovando fede in loro, andò altrove a evangelizzare i villaggi e le città della Galilea.

Fra' Domenico Spatola 

Fra' Domenico Spatola: Il profeta in patria


Anch'io fui sorpreso,     
quando compreso
avevo il messaggio
che, a coraggio, 
Gesù, a Nazareth dettavi. 
D'Israele odio non allevavi
ma parlavi di perdono
per coloro che non sono
nemici da temere
ma fratelli da vedere.
Non ci fu per te accoglienza, 
ma l'irruenza
del furor dei paesani
che ti si volsero da cani
a latrar e, per tua ascendenza, 
non ti fecero credenza.
Amaro il tuo commento, 
nel raccontar l'evento:
"in patria non protetto
è il profeta non accetto!".

Di Domenico Spatola