venerdì 31 marzo 2017

Fra' Domenico Spatola: Lazzaro non è morto ma dorme!

A quella tomba chiusa a
oltraggio
a speranza umana di vita tale
che immortale
annunciava tua Parola,
ti ribellasti, Signore,
con tuo pianto
perché non poteva finire così tuo
vanto
creato a incanto di tua
somiglianza.
"Lazzaro non è morto!"
dicesti "è sol nell'orto,
qual seme
a germogliare futura speme".
T'irrisero per tale sicurezza,
coloro che certezza
avean di morte:
triste sorte
degli umani irrisi dalla beffa che
ideali di vita duratura non è
progettazione sua futura.
Imponesti apertura dell'avello,
era per te fiore all'occhiello,
che il mondo conoscesse
giunto al fine che nascesse
in cuore
che più forte della morte era
l'amore.
Così da quella tomba da quattro
giorni chiusa
poteva solo uscire fetor di morte,
ordinasti con parole corte
che uscisse di Marta il fratello,
or più bello
perché liberato
dai lacci con cui morte l'avea
avvinghiato.
Sol comando lasciasti a tua
Comunità:
nuova solidarietà
a "lasciarlo andare",
perché ormai col Padre egli
poteva stare
in stesso grembo che è del Figlio,
avendone in sua vita preso
consiglio
di condividerne nuova vita
che felice sorte gode infinita.

Fra' Domenico Spatola
Nella foto: La resurrezione di Lazzaro, Guercino 1619

Commento di fra' Domenico Spatola al Vangelo della Quinta domenica di Quaresima: Giovanni 11, 1-45

Morte di Lazzaro, amico di Gesù
1 Un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. 2Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. 3Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».
4All'udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». 5Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. 6Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. 7Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». 8I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». 9Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; 10ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui».
11Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo». 12Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». 13Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. 14Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto 15e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». 16Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».
Gesù incontra Marta e Maria
17Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. 18Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri 19e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. 20Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. 21Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! 22Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». 23Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». 24Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno». 25Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». 27Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
28Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». 29Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. 30Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. 31Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.
32Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». 33Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, 34domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». 35Gesù scoppiò in pianto. 36Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». 37Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Gesù risuscita Lazzaro
38Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. 39Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». 40Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». 41Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. 42Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». 43Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». 44Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Congiura dei capi contro Gesù
45Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.
 
Commento al Vangelo
 
La lezione che Gesù dà alla sua Comunità è sulla morte che non interrompe la vita, ma che chiunque dà adesione al suo messaggio sperimenta la morte come fioritura in pienezza. Il racconto di Lazzaro è sorprendente a riguardo. Betània, distante circa tre chilometri da Gerusalemme, è un villaggio dove forte è l'influenza della tradizione religiosa. Anche la Comunità di Gesù non è esente dalle sue trame.
Lazzaro, gravemente malato, muore senza che Gesù, pur avvertito dalle sorelle Marta e Maria, inspiegabilmente accorra al suo capezzale. Si attarda infatti deliberatamente altri due giorni nel luogo dove si trovava, per invitare, quando ormai è troppo tardi, i discepoli a ritornare nella Giudea, che si era rivelata pericolosa per la sua incolumità, costringendolo a scappare. Dello strano comportamento si lamentarono i discepoli, da lui invitati a fidarsi e a camminare mentre la luce è con loro. Vinse la loro resistenza quando comunicò la notizia della morte dell'amico Lazzaro: "si è addormentato; ma io vado a svegliarlo".
Non usi a qualificare la morte come "sonno", minimizzarono la notizia, ma Gesù fu più esplicito: "Lazzaro è morto... andiamo da lui". Al comune sgomento, ardito si levò l'invito di Tommaso "il gemello" ad andare a morire con Gesù.
Betània è a lutto: da quattro giorno il morto era nel sepolcro. Gesù vi giunse ma senza entrare nel villaggio, modello troppo chiuso di organizzazione non gli apparteneva, anche se la sua Comunità vi era ideologicamente ancora rassegnata.
Fu Marta a corrergli incontro, per rimproverarlo del ritardo, e imporgli di chiedere a Dio, come inferiore al suo superiore, e qualunque cosa otterrà. Non aveva compreso che Dio era Gesù. 
Egli le rivelò da subito la sua intenzione: "Tuo fratello risorgerà!". Come ferita, Marta recita quel che sa, avendolo appreso alla scuola dei farisei: "Risusciterà alla fine del mondo!"
"Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me non morirà in eterno".
Rivoluzionaria quanto sbalorditiva affermazione: la morte, la risurrezione e la stessa vita hanno nuovo significato, e assurgono a pienezza. La morte non più fallimento della vita, ma suo potenziamento. Gesù chiede solo adesione al messaggio: "Credi tu questo?"
La risposta fu immediata, anche non compresa fino in fondo. Vorrà ostacolare con il suo pregiudizio l'apertura della tomba, perché il morto è lì da quattro giorni e puzza. Gesù le ricorderà che se crede, vedrà.  
E' presente ormai anche la sorella Maria, accorsa all'annuncio che Gesù era venuto al sepolcro. Si è all'apice della narrazione, la tomba ispira a Gesù due sentimenti diversi: sbuffò e lacrimò.
Con il primo testimoniò il disappunto alla sua Comunità ancora soggiogata dalla morte, e con l'altro il dolore del distacco fisico.
Ma ora è il momento della rivelazione su ciò che tocca il mistero dell'uomo nella sua identità. Ingiunse a togliere la pietra, e quindi a gran voce gridò:
"Lazzaro, vieni fuori!".
Fuori non dalla tomba, perché l'evangelista continua a parlare del "morto" che uscì, ma dal cuore della comunità che lo teneva morto e "legato" con i lacci degli inferi. Ma sarà il comando a "lasciarlo andare", a chiarire il senso di quel viaggio che Lazzaro, come tutti, fu chiamato a fare: verso il Padre.
 
Fra' Domenico Spatola
Nella foto: La resurrezione di Lazzaro (Giotto)

giovedì 30 marzo 2017

Fra' Domenico Spatola: Ringraziamenti per gli auguri

A sera della faticosa
raccolta copiosa
degli auguri
inimmaginati in cotale misura:
mi pare
risposta gioiosa
ad arsura
d'affetto
dai tanti
amici festanti
che, a sorpresa,
fan lieve la resa
e il peso degli anni
che compleanni
ormai tanti
costellano vita,
più ardita
da fatica e acciacchi
ma pur sempre fiera
d'ardori e d'impegni
che segni
lascian in ricordi
di sola bellezza
e in gioia
cancellano noia
di mondi giocondi
e sempre freschezza
di messaggi a coraggio
infuso da amici
per non cedere il passo
degli anni ruggenti
che ancor frementi
a conquista
d'ideale la vista
aguzza per novello orizzonte
cui fare fronte
ma ti accorgi
e numeroso ormai scorgi
popolo d'amici
di stesso ideale
che lotta e combatte
perché mai banale
sia sogno
di cose già fatte
e delle altre da fare
tutte attuate
col sol fine d'amare.
Modello in cuore
posto a gemme
da nostro Signore.
Ora son qui a pieno vanto
a offrire a tutti
questo mio canto
che non di addio
né "O sole mio..."
ma di gratitudine
e ringraziamento
perché mi avete fatto
felice e contento.

Fra' Domenico Spatola

martedì 28 marzo 2017

Fra' Domenico Spatola: Tributo d'amore alla mamma

Ogni anno stessa ricorrenza
impone a me magnificenza
tua di madre che mi accogliesti in
grembo
e curasti amore in tanta tua
fatica
e mi iniziasti a vita.
Latte donavi o forse no
perché dicevi non ne avevi tanto
ma trovavi modo per nutrire
d'altro cibo
crebbi sotto sguardo materno tuo
e ricordo tua voce quando mi
chiamavi per aiuto
a soluzione a tema
di qualche tuo problema
sempre com'eri indaffarata
per prole numerosa.
Grazie era il mio a te,
ogni anno
stessa data per stesso
compleanno:
tu da madre e io da figlio.
Ricordo sempre tuo consiglio,
quando ancora infantile mia età
con serietà
mi dicesti quando per altri lidi da
te mi congedavo,
non furono parole ma singhiozzi
in lacrime che tuo irrigavano
viso,
a me turbato però offristi tuo
sorriso
quando dalla corriera ti diedi
ultimo saluto.
Piansi anch'io, fu mio tributo
a distacco da te che sola amavo
ma a quella età incerta già
sognavo
ingenuo mondo che attraeva a
distrazione
poi furon tante occasioni di
incontri forti a tenerezza ma altra
carezza
mi serbasti a vigilia di tuo andare
e quella sera eri tu che partivi
e io a restare
che ti aspettavo,
e ti aspetto ancora vera
soprattutto quando nera
si fa la stagione
e ragione non trovo
che nel ricordo
e ogni anno con te ritrovo
accordo.

Fra' Domenico Spatola

Fra' Domenico Spatola: Buon compleanno

Un compleanno
non è sol danno
di una età che sfora il tempo
è come un filo sempre più corto
che della vita fa come l'orto
pieno di piante e di ortaggi
sono gli omaggi
che ha coltivato il cuore:
vi è tanta fede
vi è tanto amore,
che cosa manca
forse è ciò che arranca
in una età
che serietà
stessa induce ad onestà
e a guardare con disincanto
quanto di vanto
ognun potrà.
Ami la vita
quella infinita,
ami la gente
e non ti costa niente,
ami candore
e di stupore fai lieto il cuore.
Vivi sol raggio
di tua bontà
che dà coraggio e verità
passa l'età
senza paura
sarà perciò più duratura
vita matura e dignità
e puoi chiamarla felicità.

Fra' Domenico Spatola

domenica 26 marzo 2017

Fra' Domenico Spatola: L'isola che è in te

Sol nel cuore e in desiderio
oltre i muri
e sul sentiero
che lontano porta affanni
e degli anni
fa saggezza,
quando al fin solo dolcezza
si richiede al mondo intero.
Perché l'uomo sia sincero
con se stesso e con la vita
che misura ha infinita
in percorso che prevede
a chi s'avvede
un cammino lungo e corto,
retto e storto,
alto e basso,
con la riga e col compasso
verso dentro e verso fuori
fatto da solo o con tutori
in cima ai monti
o in fondo ai cuori:
navigando in mezzo ai mari
in notti buie o accesi i fari
con le stelle a dir "Perché
cerchi l'isola che è in te?"

Fra' Domenico Spatola
Nella foto: Il viandante al di sopra del mare di nebbia (1818) Schopenhauer

sabato 25 marzo 2017

Fra' Domenico Spatola: L'Annunziata

O Vergine gentile,
amico angelo
lesto fu a darti
suo messaggio:
sapeva quanto gravoso
fosse
e ti fe' coraggio
per abbracciare senza paura
dimensione tua nuova duratura,
quella che Dio chiedeva esser
madre di suo Figlio
e a te chiese consiglio per esser
Sposa
qual rosa
a profusione
di tua bellezza e sua passione.
Accogliesti sua offerta
per la vita
e ciò non fu esente da fatica.

Fra' Domenico Spatola
Nella foto: L'Annunziata di Antonello da Messina

Fra' Domenico spatola: Sessanta anni di Europa unita

Quel Trattato fu firmato a
Campidoglio:
c'erano tutti a programmare
futuro,
troppo duro
era ancora cordoglio
per le vittime e l'orrore
di Guerra di terrore:
distrutta da leccar ferita
era sogno ineludibile Europa
unita.
Misero i capi di sei Nazioni
fondamento
per l'Unione che da Sessanta
anni,
non sembra vero,
ha permesso all'Europa al mondo
intero
apparire baluardo di civiltà
per professati principi di libertà:
i Paesi son cresciuti,
i confini pur levati,
i giovani ammaliati da cotanta
libertà
poterono girare felici a voluttà.
Vennero Maastricht e Shenghen
a dar misura di unità,
ma la globalizzazione fu letale
perché suo ideale
non erano i popoli e la politica,
ma economia che mefitica
avvelena i pozzi della felicità,
arrivò l'euro che sembrava un
sogno,
mentre nel bisogno
sospinse tanta gente,
che non contenta grida ai
banchieri
lor non sinceri
propositi di bene,
ma solo pene
portato ha questa Europa:
ma non è vero,
non è l'ora della scopa
per far pulizia del grande intento:
l'Unione è il bene e il sol contento
senza alternativa del momento
è solo affetta da malattia retriva
all'uguaglianza nel lavoro e nei
diritti,
perché a Bruxelles non si
cammina dritti,
la gente non vede più l'Unione
con stessa gran passione.
L'immigrazione costante ha fatto
il resto,
in un contesto che paura
anima futura sorte,
che non sarà di morte
se si cambia assetto
e non si vede nel nuovo il
maledetto.
Oggi al capezzale dell'Unione
si riuniscono i capi di governo,
in trepidazione:
manca l'inglese
che altre intese
farà del suo futuro.
Saranno a Roma
a discutere se in coma
o duraturo
sarà il Trattato dell'Unione,
che se mi si permette,
sembra discorra in confusione.
Si cambi strada
si tolga il gelo
si accolga il monito del Vangelo
che fresco fresco
ha loro consegnato papa
Francesco.
Si guardi a Erasmo
con entusiasmo
perché ideale
non è ciò che vale
solo in denaro
ma ciò che fa caro
rispetto libertà e amore
che sol nascono dal cuore.

Fra' Domenico Spatola

venerdì 24 marzo 2017

Fra' Domenico Spatola: Gesù e il cieco

Avesti compassione di quel
cieco
che della luce non conosceva Tua
frequenza.
Non peccatore,
né lui, né genitori:
volevi sol sfatare
la credenza.
Altri l'avean ridotto
a oscurità:
assurdità
di chi pensa Dio lontano,
e vede nell'uomo sol rivale
accecante in lui Tuo ideale
di somiglianza a Te
che egli sol conobbe
quando gli apristi gli occhi
con il Tuo respiro
inviandolo a lavarsi
in tuo lavacro.
Ora vede
e grida illuminato
tutta sua gioia
di vedere appieno
a quanti lo detestano
perché non pieno
fa della legge
che non lo protegge
e lo vorrebbe "osservante
non vedente".
Ma tu, Gesù, offrivi a lui luce
per svegliarsi da sonno
e in Te mirando
suo stesso volto,
dire sconvolto:
"Io sono!".
Nome stesso di tua Divinità
ora compreso dono a Umanità.

Fra' Domenico Spatola
Nella foto: Dipinto di Palma il Vecchio

Commento di Fra' Domenico Spatola al Vangelo della quarta domenica di Quaresima: Giovanni 9, 1-41


Passando, vide un uomo cieco dalla nascita 2e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». 3Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. 4Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. 5Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». 6Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco 7e gli disse: «Va' a lavarti nella piscina di Sìloe» - che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
8Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?». 9Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». 10Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». 11Egli rispose: «L'uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: «Va' a Sìloe e làvati!». Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». 12Gli dissero: «Dov'è costui?». Rispose: «Non lo so».
Discussione sul miracolo
13Condussero dai farisei quello che era stato cieco: 14era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. 15Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». 16Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest'uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c'era dissenso tra loro. 17Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!».
18Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. 19E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». 20I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; 21ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l'età, parlerà lui di sé». 22Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. 23Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l'età: chiedetelo a lui!».
24Allora chiamarono di nuovo l'uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da' gloria a Dio! Noi sappiamo che quest'uomo è un peccatore». 25Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». 26Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». 27Rispose loro: «Ve l'ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». 28Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! 29Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». 30Rispose loro quell'uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. 31Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. 32Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. 33Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». 34Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: "Tu credi nel Figlio dell'Uomo?". Egli rispose: "E chi è, Signore, perché io creda in lui?" Gli disse Gesù: "Lo hai visto: è colui che parla con te". Ed egli disse: "Credo, Signore!". E si prostrò dinanzi a lui.
Gesù allora disse: "E' per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi".
Alcuni dei farisei che erano con Lui udirono queste parole e gli dissero: "Siamo ciechi anche noi?"
Gesù rispose loro: "Se foste ciechi, non avreste colpa; invece dite: "noi vediamo". Così il vostro peccato rimane".  
 
 
Commento al Vangelo.
 
Per esigenze religiose, le autorità d'Israele vogliono che rimanga cieco. Trasgredire la legge del riposo sabbatico è da peccatori. Non importa il beneficio derivato a "colui cui Gesù ha aperto" gli occhi, trasgredendo il divieto più grande di tutta la Legge di Mosè.
Così, nell'indifferenza generale delle autorità religiose, che non ritengono importante il bene dell'uomo mentre si preoccupano perché non venga disattesa anche la più piccola legge, "Gesù, passando, posa il suo sguardo sul cieco e gli apre gli occhi perché veda".
Fu risposta ai discepoli, formati alle logiche rabbiniche, che gli avevano chiesto se per essere nato cieco, avesse "peccato lui (improbabile che l'abbia potuto fare nel grembo della madre) o i suoi genitori". Secca smentita: "Né lui, né i genitori". Viene così negato da Cristo il legame consequenziale tra "delitto e castigo", per cui alla sofferenza andava legata l'idea della colpa da espiare.
"E' per la gloria di Dio", orientando verso altra dimensione l'ermeneutica del racconto. Si tratta dell'Uomo, condannato a cecità circa la sua condizione e il suo destino, da quanti hanno oscurato ai suoi occhi il volto del Padre, proponendosi a interpreti di un legalismo disumano dalle conseguenze distruttive circa la identità e la vocazione divina cui l'uomo alla sua creazione era destinato.
Una religione senza gioia, perché codificata senza imprevisti, quelli di Dio. Il racconto giovanneo scorre in tutta la sua drammaticità, anche se non privo di ironia, laddove lo stesso miracolato sfida gli inquisitori a "divenire anche essi discepoli di Gesù".
Per la gente arruolata a intransigenza legalistica, la "novità" che l'uomo possa vedere, ossia ragionare con la propria e dare il primo posto alla felicità è insopportabile. Il "vedente" non può perciò essere il "mendicante, ma uno che gli assomiglia".
Toccherà a chi "ha avuto aperti gli occhi", dichiararsi.
Con strategia inconfondibile il Quarto Vangelo riproduce nell'uomo liberato dalle tenebre, la stessa autopresentazione del Cristo: "Io sono". E' la traduzione del tetragramma Yahvè.
Solo Gesù per tutto il Vangelo potrà appropriarsi di questo nome, e ora anche l'uomo che, a specchio, sul volto di Gesù ha visto se stesso e la vocazione a divenire divino, come Lui.
 
Fra' Domenico Spatola
Nella foto, dipinto di El Greco (1545-1614)

Fra' Domenico Spatola: Zurlì, il mago dei bambini

Lo ritenevo tale
a quella età
"Mago immortale",
eppure umano e surreale:
mi incantava
il suo vestito strano
e i modi suoi gentili,
altri usi e altri stili
di un tempo ormai sognato.
Era dai piccoli ammirato
perché usava stessa lente
per la mente
e vedere solo il bene.
Sua compagnia ancor detiene
anche il grigio Topo Gigio
da far sognare magia
i bambini quando ligio
a sua bacchetta
Zurlì dava inizio all'operetta
dell'aureo Zecchino
che incantava ogni bambino.
Fu modello di chi crede
che la vita è favolosa
come panna saporosa
cose belle per bambini,
per amore e senza fini
che non sia di stupore
per intenerire il cuore.
Or si svela quanto umano
fu il suo modo strano
di guardare alla vita
con la guida
dei suoi sogni:
di Zurlì dolcezza agogni
in un mondo che sol guerra
sembra imporre sulla Terra.

Fra' Domenico Spatola

giovedì 23 marzo 2017

Fra' Domenico Spatola: Terrore di morte

Ancora sangue
sull'asfalto
di quanti d'assalto
vittime d'altri destini
ignari di morte
e sorte
diversa consegna a dolore
di coloro che terrore
aspetta insensato:
son tanti i perché
a cercare ragione
di tanto furore
di chi vuol distruzione
e non costruzione
di pace ideale
perché irreale
è ancora giustizia
e di cuori chiusure
ancor durature.

Fra' Domenico Spatola

martedì 21 marzo 2017

Fra' Domenico Spatola: Primavera

Trepido colgo da mandorlo un
fiore,
è suo regalo di novella stagione:
Primavera esplode,
delizia di canto
di uccelli in amore
e di greggi in calore,
belanti candore
a offrir nuovo latte,
e sorgenti
cristallina gorgoglianti
lor acqua,
impetuosa
a nutrir tumultuosa
torrenti scroscianti
e festanti dissetano
campi ricamati da fiori
stessi colori
d'arcobaleno imitati:
magica luce,
tavolozza a pittore,
balocchi per gli occhi,
messaggio
che maggio
rassoda in tepore
e Terra consegna
suoi amori
da grembo con frutti e odori
e colori
per nuovo cammino
in danza
di stagione più degna
che avanza
e calore consegna.

Fra' Domenico Spatola

lunedì 20 marzo 2017

Fra' Domenico Spatola: 20 marzo, festa della felicità


Ma vedi un po'
cosa inventato,
per attuare quanto sognato
ciò che ognun vorrebbe
e perciò si sente
indifferente
a tal proposta
che solo beffa oppur risposta
al desiderio che porta dentro:
esser felice non è solo contento?
E' cosa grande
che prende il cuore,
che ti dà pace
parlando d'amore,
che insegue sogni
sempre più belli
che vede mondi, quelli
dell'Universo non esplorato
e immaginato
"casa comune"
dove sorrisi e i tanti affetti
non son difetti,
e conoscenza
è sol passione
condivisione
che apre suo fronte
a nuovo orizzonte:
Felicità - non so come dire -
è proprio ardire
di libertà
che in beltà
rima con cuore
solo splendore
di esistenza
in quintessenza
di voluttà,
è forse questa felicità?

Fra' Domenico Spatola
Nella foto: Bambini alla fontana, Scuola francese, Fine XVIII secolo

venerdì 17 marzo 2017

Fra' Domenico Spatola: Festa del papà


"Papà" con "mamma"
è parola che infiamma,
balbettata da bambini
pronunciata come "pappa":
fa sicuri i cammini
e di vita i suoi destini.
Il papà è sicurezza,
quando si è colti da tristezza:
egli è fonte d'esistenza
e, con sua fede, convergenza
di un mondo più sicuro
dove impegno sol maturo
è: cambiare per amare.
Il papà è forte,
e accorte
raccomandazioni
a precauzioni
per i figli,
dà consigli
perché li vuole
cresciuti e pronti
agli affronti
della vita.
Il papà è da capire,
quando è solo
e paure sue nasconde:
è umano,
quando anziano
chiede aiuto
quello stesso
ch'egli ha dato,
e, a saluto,
senta i palpiti
del cuore,
che ha allevato con amore.

Fra' Domenico Spatola
Nella foto: dipinto di Guido Reni