sabato 24 settembre 2022

Fra' Domenico Spatola: Il ricco distratto...

Un ricco non comprese
del povero le attese,
e, mentre banchettava,
il povero accattava
le briciole di pane,
ma era solo il cane 
(cosa inaudita!)
e leccargli la ferita.
Lazzaro, ha un nome,
mentre il cognome
del ricco non si sa.
Morì chi nulla ha
e, ultimo suo lembo
d'Abramo fu il grembo.
Morì e fu sepolto
chi aveva avuto molto
senza saper donarlo,
e, roso ora dal tarlo,
dal fondo dell'abisso 
guardò in alto fisso,
e vide Abramo
e, sullo stesso ramo
con lui seduto,
Lazzaro il benvenuto.
Chiese acqua per rinfrescare,
lui che non sapea dare.
Abramo gli rispose
con semplici sue chiose:
"St'abisso è grande
e distanti nostre lande".
Chiese che ai fratelli  
a cambiar fardelli
lo mandasse ad ammonire.
Ei rispose: "Da udire
ci son Mosè e Scritture, 
bastanti a evitar sepolture"
"No", riprese preoccupato,
"Ma se un risuscitato
essi vedranno,
si convertiranno!".
Fu pietra tombale
risposta sua fatale:
"convertirsi alla Parola
che senza concorrenti, resta sola!".

Fra' Domenico Spatola 

Commento di fra' Domenico Spatola al vangelo della XXVI domenica del tempo ordinario (anno C): Luca 16, 19-31

19
 C'era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. 20 Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, 21 bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. 22 Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 23 Stando nell'inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. 24 Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. 25 Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. 26 Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi. 27 E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, 28 perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento. 29 Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. 30 E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. 31 Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi».

Un ricco, vanesio e ingordo, è protagonista della parabola. Destinatari sono i farisei, denunciati da Gesù di avidità e attaccamento al denaro. Antagonista è Lazzaro, nome dal significato emblematico: "Dio aiuta". Il ricco è senza nome. Suo errore, iterato in tutti quelli della stessa condizione, fu di ignorare i poveri, ritenuti come un ostacolo, anziché come un'opportunità per diventare più umani. Il ricco banchettava lautamente e il povero, alla sua porta,  bramava anche le briciole cadute dalla sua mensa. Solo il cane gli mostra compassione, leccandogli le piaghe. Lo schema del dopo è paradigmato sul coevo libro apocrifo di Enoch. Rappresentati gli "inferi", regno dei morti, come una caverna buia, alla cui sommità c'è la luce. Qui risiede Abramo, con Lazzaro, trasportatovi dagli angeli alla sua morte. Anche il ricco morì e fu sepolto. Con le parti invertite, è applicata la logica retributiva dei farisei: ognuno ha diritto a ciò che ha meritato! Si dispera il ricco vedendo Lazzaro accanto ad Abramo. Tanto tempo il povero era stato accanto a lui e lo aveva ignorato, ora gli serve per alleviare l'arsura della lingua, e chiede ad Abramo ciò che egli aveva negato. "Una goccia per la sua lingua arsa di sete dal dito di Lazzaro". Non aveva voluto capire, come I suoi pari, che il povero non è ostacolo alla felicità ma una opportunità. Abramo lo dichiarò fuori tempo massimo. La conversione andava ripensata nell' oggi della Storia, nella benevolenza da esercitare verso i poveri e gli emigranti. Essi - secondo la parabola - avrebbero favorito nel futuro. Ma al presente contribuiscono a umanizzare ciò che l'egoista esclude. Le distanze, nell'oltre tomba, saranno abissali e irriducibili. Nemmeno l'invio di un morto/risuscitato, come proposto dal ricco, ai fratelli, libertini come lui, servirebbe, perché devono bastare le Scritture.

Fra' Domenico Spatola


venerdì 16 settembre 2022

Fra' Domenico Spatola: Agire con scaltrezza...

Un disonesto amministratore
fu di sé imprenditore.
Fu accusato
di avere sperperato
i beni del padrone,
e dovette a lui ragione.
Colto ladro in flagrante 
licenziato fu all'istante. 
"Cosa farò?" disse tra sé.
Rispose a suoi perché:
"A zappar non tengo forza,
e del mendicante non ho la scorza. 
Penso a ciò che io farò:
i debitori convocherò.
Dirò al primo: quanto devi
perché io ti risollevi?"
S'eran cento d'olio i barili,
tu cinquanta ora mi scrivi".
A chi poi venne per il frumento,
"Ottanta - disse - e non più cento".
Lodato dal Signore
fu l'amministratore
perché da disonesto
era stato tanto lesto
ad agire con scaltrezza.
Ma la stessa lucentezza
manca ai figli della luce.
mentre astuzia altri conduce 
quanti del buio son figli.
"Ascoltate i miei consigli:
anche se disonesta
non essere funesta
potrebbe la ricchezza,
se ne fate di dono pienezza.
Dagl'indigenti, da voi aiutati,
in Cielo sarete voi ospitati.
Chi nel poco fedeltà ha svolto,
fedele lo sarà anche nel molto.
Ma se non siete più fedeli
non ci sarà chi a voi sveli
fedeltà,
è questa dunque verità:
a due padroni non servire,
perché non si può unire
denaro a Dio.
Se scegli l'uno, l'altro cadrà in oblio.

Fra' Domenico Spatola 

Commento di fra' Domenico Spatola al Vangelo della XXV domenica del tempo ordinario (anno C): Luca 16, 1-13

 1 Diceva anche ai discepoli: «C'era un uomo ricco che aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. 2 Lo chiamò e gli disse: Che è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non puoi più essere amministratore. 3 L'amministratore disse tra sé: Che farò ora che il mio padrone mi toglie l'amministrazione? Zappare, non ho forza, mendicare, mi vergogno. 4 So io che cosa fare perché, quando sarò stato allontanato dall'amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua. 5 Chiamò uno per uno i debitori del padrone e disse al primo: 6 Tu quanto devi al mio padrone? Quello rispose: Cento barili d'olio. Gli disse: Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta. 7 Poi disse a un altro: Tu quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Gli disse: Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta. 8 Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. 9 Ebbene, io vi dico: Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand'essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne. 10 Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto. 11 Se dunque non siete stati fedeli nella disonesta ricchezza, chi vi affiderà quella vera? 12 E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? 13 Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire a Dio e a mammona».

Una scossa voleva dare il Signore ai discepoli perché si attivassero per il Regno. Narrò di un amministratore che, accusato al padrone di disonestà, gli furono da questi richieste le dimissioni. "Cosa farò, adesso?", si chiese. "Non ho forza per zappare e mi vergogno a mendicare!". Acuì di necessità l'ingegno pensando che in futuro qualcuno lo avrebbe accolto. Convocò i debitori del padrone, e condonò a ciascuno la quota parte di barili di olio o delle misure di frumento che costituivano il suo appannaggio. Lungimirante fece così il miglior investimento: "Un giorno - pensò - i miei beneficati mi vorranno aiutare".
Il padrone lodò l'amministratore per l'arguzia mostrata. Mentre Gesù lamentò che altrettanto non facevano i "figli della luce". Esortava perciò i discepoli a investire la ricchezza, per farne strumento a favore dei poveri. Questi un giorno li avrebbero ospitati nel Regno dei cieli. Sottolineava a conclusione la irriducibilità tra Dio e il denaro: o si serve l'uno o l'altra, cioè la "mammona" che, in aramaico, voleva dire "convenienza".

Fra' Domenico Spatola

venerdì 9 settembre 2022

Fra' Domenico Spatola: Nel Regno si farà festa...

Pubblicano e peccatore
facean festa al Signore, 
attenti ad ascoltarlo
mentre altri a criticarlo: 
"Costui accoglie tutti 
e sta coi farabutti!".
Ma egli, a novella,
narrò la pecorella
ormai perduta,
ma al pastore non trattenuta
fu la voglia
e, con ansia e doglia,
lasciò le altre nel deserto,
incerto
finché non la ritrova,
poi come alcova
le offrì sue spalle
e per stessa calle
pien di gioia.
Bandì la noia
e fece festa
A tutti in testa,
si mise a rallegrare.
Stesso da contemplare
sarà nel Regno
per il peccatore reso degno.
O qual donna, di una moneta
su dieci, fatta dieta,
perché evasa
non spazza casa 
finché non la ritrova?
Trovatala, le pare così nuova
da far festa con le vicine.
così senza fine
sarà  in pegno
la gioia del suo Regno.

Fra' Domenico Spatola 
Nella foto: Dipinto di Murillo 

Commento di fra' Domenico Spatola al vangelo della XXIV domenica del tempo ordinario (anno C): Luca 15, 1-32

1
 Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2 I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro». 3 Allora egli disse loro questa parabola:
4 «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? 5 Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, 6 va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. 7 Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.
8 O quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova? 9 E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta. 10 Così, vi dico, c'è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».
11 Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. 13 Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. 14 Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. 16 Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. 17 Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18 Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; 19 non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. 20 Partì e si incamminò verso suo padre.
Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21 Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. 22 Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. 23 Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.
25 Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26 chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. 27 Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. 28 Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. 29 Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. 30 Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. 31 Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32 ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

Si avvicinavano a Gesù i disperati dalla religione: pubblicani e peccatori. Dal fronte della critica, scribi e farisei mormoravano perchè Gesù li accoglieva e mangiava con loro, come si usava, dallo stesso piatto. Con le tre parabole, dette "della misericordia", Gesù rispose a quelli che mormoravano. Il verbo usato è nelle Scritture quello della idolatria, in dissenso con Iahvè. Nei tre racconti formula  la gioia di Dio per riavere ciò che aveva smarrito: una pecora, una moneta, un figlio, anzi due figli. Gli avversari pensavano a Dio come a un giudice apatico e giustizialista, che dava ricompensa o castigo in risposta a meriti o a demeriti di ciascuno. Un Dio, dunque, glaciale esecutore giudiziario. Tutto il contrario del Dio di Gesù: pastore e padre. La sua azione è dare amore  ai figli. Così nella prima parabola, il pastore non motivato dal profitto, è disposto a rischiare l'intero capitale, anche abbandonando le novantanove pecore nel deserto, in balia di ladri o di sciacalli, per mettersi sulle tracce della pecora smarrita. Trovatala, la pone sulle spalle, per andare a festeggiare con amici e parenti. Stessa la vicenda, in parallelo e al femminile, è quella vissuta dalla massaia che ha smarrito una moneta delle dieci che possiede. Quando, non senza fatica, la ritrova festeggia con le amiche e le comari. È tuttavia la terza parabola che fornisce la motivazione della gioia del Padre: il figlio, pianto morto, è tornato a vivere. Pensava di condividere, con l'altro figlio, il maggiore, la stessa gioia, e gli andò incontro invitandolo ad entrare nella stessa casa. Ma questi non volle, perché non perdonò al fratello e neanche al padre, che l'aveva accolto trionfalmente facendo ammazzare per lui il vitello grasso. Dopo inutili tentativi, il padre amareggiato e deluso, concluse: "mio figlio era morto ed è risuscitato!".

Fra' Domenico Spatola
Nella foto: Dipinto di Rembrandt

venerdì 2 settembre 2022

Fra' Domenico Spatola: Chi agli averi il cuore lega...

La folla numerosa 
andava con Gesù curiosa.
Voltatosi, a loro disse:
"Parole mie tenete fisse:
se uno a me viene,
gli conviene 
amarmi più del padre
e della madre,
e senza voglie
per la moglie, 
e per i figli, e i fratelli, 
e le sorelle 
anche se belle,
e per la propria vita. 
Notizia ardita
che apparirà audace:
non può essermi seguace!
Sentite dunque la mia voce:
chi non porta  propria croce 
e non mi viene appresso,
resta se stesso.
Chi una torre costruisce 
prima concepisce
quella spesa 
per vedere se la resa
val la pena,
ed evitare che appena
getta quelle fondamenta 
se ne penta,
perché incapace di finire 
e chi lo sta a sentire
lo derida.
O qual re si fida,
andando in guerra 
e non pone i piedi a terra
ed esamina se diecimila 
vincere posson ventimila? 
Altrimenti all’altro ancor lontano, 
offre di pace un piano.
Così, chi agli averi il cuore lega,
la mia sequela egli rinnega".

Fra' Domenico Spatola 

Commento di fra' Domenico Spatola al Vangelo della XXIII domenica del tempo ordinario (anno C): Luca 14, 25-33

25
 Siccome molta gente andava con lui, egli si voltò e disse: 26 «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. 27 Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo.
28 Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? 29 Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: 30 Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro. 31 Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? 32 Se no, mentre l'altro è ancora lontano, gli manda un'ambasceria per la pace. 33 Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.

Tre furono le condizioni poste da Gesù alla folla per continuare a seguirlo. Essa si era infatti, fino a quel momento, illusa di conquistare con lui Gerusalemme e di spartire il bottino. Urgeva perciò il chiarimento: non si sarebbero infatti impadroniti della città, ma Gesù vi avrebbe incontrato la morte infamante. Anticipò perciò gli esiti e, a chi fosse ancora intenzionato a seguirlo, dettò le condizioni. La prima riguardava gli affetti più sacri: l'amore per i genitori, per la moglie e per i figli, non andava anteposto alle esigenze del Regno. Nella seconda condizione c'era la terrificante descrizione della reazione del Mondo contro il suo seguace. Lo avrebbe trattato come il condannato alla morte di croce, nel momento di sollevare il patibolo. La terza condizione era risolutiva: rinunciare ai propri averi. A commento dell'opportunità della scelta, aggiunse due similitudini. La prima del costruttore di una torre, obbligato a verificare le capacità finanziarie,  per non coprirsi di ridicolo, lasciandola incompiuta. L'altra similitudine parlava del re in guerra. Sapendo di doversi confrontare con chi possiede un esercito con il  doppio di soldati, gli manda un'ambasciata a chiedere la pace per non incorrere in una sicura disfatta.

Fra' Domenico Spatola


domenica 28 agosto 2022

Fra' Domenico Spatola: Qualcuno ti saprà ricompensare

Se invitato sei ad un banchetto,
da architetto 
organizza tua carriera:
non scegliere la primiera
tra le panche,
lasciala a chi ha membra stanche.
Se vien qualcun di te più degno,
non dovrai a lui lasciare il pegno.
Ma se scegli il posto ch'è in fondo,
il padrone a te dirà giocondo:
“Amico, vieni avanti!”.
e tu a tutti quanti
mostrerai le ali,
perché ognuno veda quanto vali:
così primo, e ad alto costo,
sarà il tuo posto.
Chi si esalta infatti sarà umiliato, 
e chi si umilia invece sarà esaltato.
Quando dai un pranzo o una cena, 
datti pena
di non invitar amici e conoscenti
Piuttosto invita nullatenenti       
che non hanno come ricambiare. 
Qualcuno in alto saprà ricompensare.

Fra' Domenico Spatola 

Commento di fra' Domenico Spatola al Vangelo della XXII domenica del tempo ordinario (anno C): Luca 14, 1.7-14

7
 Osservando poi come gli invitati sceglievano i primi posti, disse loro una parabola: 8 «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te 9 e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l'ultimo posto. 10 Invece quando sei invitato, va' a metterti all'ultimo posto, perché venendo colui che ti ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. 11 Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
12 Disse poi a colui che l'aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch'essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. 13 Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; 14 e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Invitato per pranzare, Gesù, in giorno di sabato, guarì un idropico. Ai farisei che mormorarono lanciò la sfida: "Chi di voi, se gli cade il bue nel pozzo, in giorno di sabato non lo recupera, trasgredendo la Legge del riposo sabatico?". Poi reagì al comportamento di come gli invitati si accaparravano i primi posti nei banchetti. L'invito alla moderazione non era semplicemente per un gesto di umiltà ma soprattutto di carità,  per consentire ad altri di farsi avanti, nei banchetti come nella vita. All'occasione citò il libro dei Proverbi (25, 6-7): "potrebbe esserci un invitato più ragguardevole e tu essere costretto a cedergli il posto". Saggezza dunque e "bon ton" porsi all'ultimo posto, e magari sarà il padrone stesso a invitare verso posti di visibilità più vicini a lui, per essere prima e meglio serviti. Quanto onore si accanserà presso i commensali! Gesù, per far passare dalla categoria dell'interesse a quella del dono, aggiunse altra lezione al padrone di casa, affinché, nel fare gli inviti, scelga i poveri, per pura gratuità sul modello divino: costoro infatti non hanno come ricambiare. Suggerisce dove selezionare gli invitati: tra storpi, zoppi e  ciechi. Sono tra coloro che la religione escludeva dal tempio e dal sacerdozio, perché ritenuti "impuri" e perciò "emarginati" da Dio.

Fra' Domenico Spatola

sabato 20 agosto 2022

Fra' Domenico Spatola: Siederanno a mensa

Un tizio volea salvezza
ma cercava sicurezza 
la sua richiesta.
Di Gesù lesta
fu la risposta:
"Proposta
è la porta stretta
da molti non corretta
da cercare.
Comincerete a bussare
a porta chiusa,
ma confusa 
sarà la vostra attesa.
Nascerà con voi contesa
e dirà: "Non vi conosco".
e sarà losco
a voi suo dire,
quando lo potrete udire:
"Non so di dove siete".
Allora ricorderete
vostre azioni
fatte su sue commissioni.
Ma tornerà a negare
e vi farà cacciare
nei luoghi di dolori
da cattivi operatori.
Vedrete Abramo con Giacobbe e Isacco
e matto per voi lo scacco:
voi cacciati fuori
e altri i cuori 
che gioiranno,
perché a quella mensa siederanno.

Fra' Domenico Spatola 

Commento di fra' Domenico Spatola al vangelo della XXI domenica del tempo ordinario (anno C): Luca 13, 22-30

22Passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. 23Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: 24«Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. 25Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: «Signore, aprici!». Ma egli vi risponderà: «Non so di dove siete». 26Allora comincerete a dire: «Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze». 27Ma egli vi dichiarerà: «Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!». 28Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. 29Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. 30Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

Ebrei, convinti della propria salvezza per l'appartenenza al popolo eletto, domandarono a Gesù quanti di loro si sarebbero salvati? Gesù preferì parlare delle condizioni necessarie per entrare nel Regno: lottare per passare dalla "porta stretta".  Poco visibile agli orgogliosi, era evitata dai ricchi e potenti perché esclusiva per i servi o per coloro che, come Gesù, sceglievano di servire per amore. Quando la porta verrà chiusa i rimasti fuori, cominceranno a bussare.  Invano. Il Signore dall'interno risponderà: "Non vi conosco!". Allora a lui ricorderanno le cose fatte, insieme in ogni eucaristia e ascoltando la sua Parola. Ma la porta rimarrà chiusa per chi non avrà fatto la scelta di servire per amore. Il fallimento sarà tutto nel "pianto e stridore di denti". Scandaloso! Al loro posto i pagani siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe, per aver ignorato di attraversare la "porta stretta".

Fra' Domenico Spatola 

giovedì 18 agosto 2022

Il nuovo libro di Fra' Domenico Spatola: Palermo andata e ritorno. Un percorso in versi.

Dal 5 settembre 2019 al 14 giugno 2022, partita dopo partita, fra' Domenico annota in versi tutto il vissuto dell'amata Squadra, partendo da un antefatto che in versi narra la discesa in serie D e poi, dalla prima partita in serie D (Marsala-Palermo:0-1) alla nuova società e al nuovo Presidente, che continua con la prima partita in serie C del 27/09/2020 (Teramo-Palermo: 2-0) e il giusto rimprovero: Col Teramo che fai, cominci con i guai? fino all'ultima vittoriosa partita del 13 giugno 2022 e ai festeggiamenti del giorno dopo. Una raccolta di 120 poesie in un libro di 115 pagine, che si profila essere il primo volume della storia di: Una nuova stella che brilla a speranza!

Come un diario di marcia.
Il cronista annota glorie e misfatti con grande passione, per consegnare alla Storia un evento umano e coinvolgente che prodigioso accomuna un’intera città. 
Ogni volta era attesa e le speranze alterne ai malumori. Molti abbiam creduto che finisse così bene, ma non rinneghiamo i momenti di sfiducia.
Grazie agli allenatori, ai tecnici, e soprattutto a Mirri e compagni che hanno investito forze e capitali nel periodo più sventurato per il calcio, la pandemia. Non finiremo di ringraziarli.
Con questo primo volume di poesie, nate estemporanee a notizia dell’evento, vogliamo solo dire che “volere è potere” e nel Nuovo Anno in serie B ci attendiamo un Palermo grintoso che porti più alta la bandiera... 
Siamo orgogliosi di riavere la serie più alta, quella che inizia con la A come Amore.


Fra’ Domenico Spatola

Il volume è disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it e alla Missione San Francesco (Via Cipressi, trav. Piazza Cappuccini). Parte dell'incasso è infatti devoluto alla Mensa dei Poveri creata da Fra' Domenico e gestita dai volontari. Potete prenotare la copia scrivendo alla mail ibuonicugini@libero.it o inviando un messaggio whatsapp al n. 3894697296.

domenica 14 agosto 2022

Fra' Domenico Spatola: Beata te che hai creduto!

"Quanta fretta, dove corri?
qualcuno soccorri
in tale viaggio?
Mi faccio coraggio: 
vieni da me
portando il mio Re.
Il cielo già lembo
è nel tuo grembo,
mentre il mio danza
ad oltranza,
e ripete pieno saluto
a Te che hai creduto".
Così Elisabetta
disse diretta.
Colma di Dio,
Maria pagò il suo fio
magnificando il Signore 
dal profondo del cuore
perché dei potenti i troni ribalta
mentre alta
dei poveri fa schiera
e la rende più fiera.

Fra' Domenico Spatola 

Commento di fra' Domenico Spatola al vangelo della Assunzione di Maria in cielo: Luca 1, 39-56

39
 In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. 40 Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. 41 Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo 42 ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! 43 A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? 44 Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. 45 E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore».
46 Allora Maria disse:
«L'anima mia magnifica il Signore
47 e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
48 perché ha guardato l'umiltà della sua serva.
D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
49 Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente
e Santo è il suo nome:
50 di generazione in generazione la sua misericordia
si stende su quelli che lo temono.
51 Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
52 ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
53 ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato a mani vuote i ricchi.
54 Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
55 come aveva promesso ai nostri padri,
ad Abramo e alla sua discendenza,
per sempre».
56 Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

La fretta per raggiungere la regione montuosa, portò Maria dalla Galilea alla lontana Giudea. La via scelta fu la più diretta attraversando la Samaria pericolosa. Non temeva ostacoli, e il suo saluto fu diretto a Elisabetta, come lei credente e madre, mentre  escluso fu Zaccaria non credente e sordo. Elisabetta fu megafono dello Spirito nel proclamare "benedetta fra le donne" Maria che, con sua fede, aveva riscattato ogni maternità. Il bimbo, portato in grembo da Elisabetta, riconobbe la voce di Maria e, come in passato aveva fatto Davide dinanzi all'Arca santa, anche egli danzò ("skirtàn") al saluto della Vergine. "Beata perché ha creduto!" Le disse  Elisabetta e Maria sciolse il canto del suo "Magnificat" al Signore che avendo guardato l'umile serva, in lei aveva compiuto grandi cose. Il vertice del canto è nella deposizione dei superbi dai troni con predilezione dei poveri e affamati. Divenne per antonomasia  il canto degli umiliati, da Maria intonato a vittoria.

Fra' Domenico Spatola